Buon 2020 low cost

Perché il prossimo anno continueremo a parlare di costi dei fondi e per quale motivo gli investitori dovrebbero prestare più attenzione alla voce che maggiormente pesa sui loro rendimenti.

Sara Silano 19/12/2019 | 09:28

Immagino quello che molti di voi avranno pensato dopo aver letto il titolo di questo articolo: ancora a parlare di investimenti a basso costo? Morningstar non sta esagerando con questo tema? Proverò a dissuadervi da questa idea, passando in rassegna alcune delle ricerche pubblicate nel corso dell’anno che potrebbero essere utili per le vostre decisioni di investimento e per gestire in modo consapevole la relazione con i vostri consulenti finanziari.

Mifid 2 non ha portato in Italia la trasparenza sui costi desiderata, nonostante il richiamo ad inizio anno della Consob a che le informazioni fossero “corrette, chiare e non fuorvianti” e andassero rese “in una forma comprensibile”. L’Italia è all’ultimo posto tra i principali mercati mondiali per l’esperienza degli investitori in fondi, con riferimento alle pratiche commissionali. E’ addirittura peggiorata rispetto a due anni fa, secondo il rapporto Morningstar Global investor experience.  

La classifica dei mercati in base al giudizio sui profili commissionali

La classifica dei mercati mondiali per profili commissionali dei fondi

Gli index fund avanzano
Fino a quando gli investitori saranno disposti a sopportare un costo annuo del 3,93% per un fondo azionario globale quando un Etf (Exchange traded fund) della stessa categoria ha un onere sotto lo 0,3%? Ma soprattutto cosa direbbe quel risparmiatore se, dopo averlo pagato salato scoprisse anche che quella commissione si è mangiata oltre il 3% del suo rendimento, per altro tra i peggiori del segmento? Le statistiche ci dicono che la pazienza sta per finire. Non solo negli Stati Uniti, ma anche in Europa, il tasso di crescita dei fondi indicizzati (quotati e non) supera quello delle strategie attive. La quota dei primi sfiora ormai il 19% del mercato dei fondi europei a lungo termine (azionari, obbligazionari, bilanciati e alternativi), contro il 16,7% di un anno fa.

La sfida delle performance
Nel Vecchio continente, il costo dei fondi attivi sta scendendo (con le dovute eccezioni) e questa è senz’altro una buona notizia per i risparmiatori. Ma i gestori attivi hanno una sfida in più: quella di dover dimostrare di generare valore per il maggior onere richiesto rispetto a una strategia passiva. Il Barometro degli investimenti attivi e passivi, che confronta l’operato dei primi contro un paniere di index fund, mostra che i primi sono largamente perdenti. Nell’ultimo decennio (a giugno 2019), la maggior parte dei gestori attivi ha avuto un tasso di successo superiore ai passivi solo in due su 66 categorie Morningstar esaminate (azionarie e obbligazionarie). Nei due terzi dei casi, gli active fund che hanno “superato il test” sono meno del 25%.

Il gestore può fare un buon lavoro, ma non è detto che si traduca in una performance positiva per l’investitore. I ricercatori di Morningstar hanno provato che i rendimenti mediani in eccesso rispetto all’indice di riferimento dei fondi attivi azionari Europa, in un periodo di alti e bassi dei mercati (gennaio 2002-settembre 2018), sono stati in larga misura positivi; tuttavia i costi hanno ridotto drasticamente il loro tasso di successo. Lo stesso studio ha dimostrato che i manager più bravi possono fare bene anche al netto delle commissioni, ma uno dei compiti più ardui per i risparmiatori (e i loro consulenti finanziari) è trovare i gestori che riescono a creare valore aggiunto su interi cicli di mercato. In questo senso, la nuova metodologia di Analyst rating, che pone più attenzione agli oneri e alza l’asticella per le strategie attive può essere di aiuto.

Mediane dei rendimenti in eccesso annualizzati lordi e netti a cinque anni rolling dal 2002 al 2018 rispetto gli indici Morningstar di categoria

Rendimento in eccesso rispetto al benchmark dei fondi al lordo e al netto delle commissioni

Mind the gap
Quello tra rendimenti al lordo e al netto delle spese, non è il solo gap che gli investitori devono tenere a mente. C’è anche il divario tra le performance che realmente ottengono e quelle dello strumento finanziario, in gergo si parla di investor vs total return. Lo studio Morningstar Mind the gap, di recente pubblicazione, si conclude con la triste constatazione che gli investitori continuano a commettere errori di timing e selezione dei fondi, che diventano ancora più gravi quando acquistano i prodotti più costosi.

Gap di rendimenti per quintili commissionali (1 meno costoso-5 più costoso) per i fondi europei 2010-18

Mind the gap: le differenze tra investor e total return in base al costo dei fondi

Messaggio di fine anno
Con la speranza che i rendiconti dei costi sostenuti nel 2019, come previsto dalla direttiva Mifid 2 arrivino ai risparmiatori italiani non nel pieno dell’estate 2020 e siano redatti in modo comprensibile, secondo le indicazioni dell’Esma (autorità europea di vigilanza sui mercati) e delle associazioni di categoria, auguriamo a tutti un buon anno low cost.

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Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

Info autore

Sara Silano

Sara Silano  è caporedattore di Morningstar in Italia

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