Il prezzo salato della rigidità

Il mercato europeo dei fondi è troppo frammentato. Un costo per le società, ma soprattutto per gli investitori. Purtroppo, l’attuazione della direttiva comunitaria per abbattere le barriere geografiche va a rilento. In Italia, dopo tanta attesa, è uscito il regolamento di Banca d’Italia. Un piccolo passo in avanti.

Sara Silano 15/04/2005 | 15:55
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I fondi in Europa sono ancora troppi, nonostante le chiusure e le fusioni avvenute negli ultimi due anni. Erano oltre 26 mila nel 2003 e oggi sono poco più di 25.500 contro gli 8.100 venduti negli Stati Uniti. Molti eccessi della bolla speculativa sono stati riassorbiti, con la scomparsa di numerosi fondi settoriali, ma le rigidità del mercato europeo ostacolano la creazione di economie di scala con il risultato che i costi a carico dei risparmiatori restano alti.

Secondo uno studio di Invesco, se sul mercato europeo cadessero le barriere si potrebbero risparmiare 6,2 miliardi di euro, perché non sarebbe più necessario moltiplicare il numero di fondi e di domicili per conformarsi alle diverse normative locali. La frammentazione del mercato va a discapito delle dimensioni: il patri

monio medio dei fondi del Vecchio continente è di 137 milioni di eurocontro i 770 milioni di euro degli Stati Uniti. Senza gli attuali steccati, gli asset in gestione medi potrebbero superare i 490 milioni a fronte di una riduzione della gamma a un numero equivalente a quello statunitense.

La mancanza di economie di scala nell’industria penalizza gli investitori. Si stima che l’impatto sulla performance a trent’anni sia di 1.745 euro ogni 100 investiti. Esistono, infatti, tutta una serie di costi che le società di gestione devono sostenere, come ad esempio la remunerazione della banca depositaria, che incidono direttamente sul ritorno dell’investimento, essendo incluse nelle commissioni che il risparmiatore paga.

Sulla carta, il mercato unico dei servizi finanziari è già stato disegnato da tempo, con l’approvazione della direttiva comunitaria nota come Ucits III, ma nella realtà restano ancora molte barriere. I Paesi dell’Unione avevano l’obbligo di recepirla entro l’agosto 2003 e renderla effettiva dal febbraio 2004, tuttavia la trasformazione in legge nazionale ha fatto sorgere nuovi problemi legati a differenze interpretative e molte questioni restano aperte, nonostante la Commissione europea abbia adottato due raccomandazioni per favorirne l’omogeneità di interpretazione.

In Italia, la direttiva è stata recepita con il decreto legislativo n.274/2003, che ha modificato il Testo unico della finanza, ma il processo di attuazione deve essere completato dai regolamenti di Consob e Banca d’Italia. Quest’ultima lo ha emanato oggi (venerdì 15 aprile), mentre manca ancora il documento dell’autorità di vigilanza. Le nuove disposizioni porteranno, tra l’altro, a una semplificazione delle procedure di autorizzazione e di assunzione della banca depositaria da parte di fondi e sicav. Inoltre, nei prospetti informativi, che saranno disponibili in una forma completa e in una semplificata, diventerà obbligatorio pubblicare il Total expense ratio (Ter), indicatore sintetico dei costi di un fondo.

Le società di gestione europee sono già al lavoro per rendere la loro gamma conforme alla Ucits III, che per altro amplia le classi di attività in cui possono investire i fondi e introduce regole di ripartizione del rischio più elastiche. E’ auspicabile, quindi, che il processo di attuazione della direttiva sia completato al più presto per creare un quadro chiaro di riferimento, eliminare le attuali inefficienze, che si traducono in costi per il risparmiatore, e garantire una sempre maggior trasparenza.

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Info autore

Sara Silano

Sara Silano  è caporedattore di Morningstar in Italia

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