Oro, occhio a non farsi abbagliare

Dopo aver segnato un nuovo record storico, il lingotto vive una fase di debolezza. Gli ETC sul metallo giallo hanno vissuto a marzo il loro miglior mese di sempre in termini di raccolta. Conflitto in Ucraina, inflazione e forza del dollaro le variabili principali.

Valerio Baselli 09/05/2022 | 11:57
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Oro

La fotografia dei flussi del mese di marzo non lascia spazio ai dubbi: gli investitori si sono riempiti i portafogli di oro: con 4,3 miliardi di euro incassati, i fondi aperti domiciliati in Europa focalizzati sui metalli preziosi – per la maggior parte si tratta di Exchange traded commodity sull’oro – hanno segnato il miglior mese di sempre in termini di flussi per questa categoria.

Da sempre, infatti, l’oro è considerato una riserva di valore. Che sia sotto forma di gioielli, lingotti, monete, o quote di fondi ed ETF, il metallo giallo è sempre stato un bene utilizzato per proteggersi dalle conseguenze di una crisi finanziaria o dell’inflazione.

Da questo punto di vista, lo scoppio del conflitto tra Russia e Ucraina ha aperto una nuova fase. Gli ultimi due mesi hanno segnato tragici sviluppi quotidiani che hanno influenzato l’ordine mondiale e aumentato il livello di rischio nell’economia e nel sistema finanziario globali, entrambi fattori che hanno sostenuto i prezzi dell’oro. L’invasione russa ha spinto il prezzo infragiornaliero dell’oro a 2.070 dollari l’oncia l’8 marzo scorso, appena sotto il suo massimo storico di agosto 2020, pari a 2.075 dollari.

“La guerra e le relative sanzioni a carico della Russia hanno fatto sì che l’oro venisse considerato un invitante rifugio sicuro e una copertura dall’inflazione”, commenta Joe Foster, gestore e responsabile della Gold Strategy di VanEck. “Il rischio geopolitico globale aumenta insieme alle preoccupazioni legate all’inflazione, soprattutto a causa dell’impatto sui mercati energetici derivante dalla riduzione delle esportazioni di petrolio e gas russi”.

I rendimenti
Negli ultimi cinque anni l’oro ha toccato il suo minimo il 17 agosto 2018 attorno ai 1.185 dollari. Da lì, tra alti e bassi, ha oscillato tra i 1.200 e i 1.350 dollari l’oncia fino a fine maggio 2019, momento in cui è partito il rally: dai 1.276 dollari del 21 maggio 2019 fino ai 1.663 dollari toccati il 24 febbraio 2020, appena prima lo scoppio della crisi del Coronavirus in Occidente.

Successivamente, il lingotto – come tutte le asset class – è stato oggetto di forti vendite e ha visto il proprio valore scendere fino a 1.484 dollari l’oncia al 19 marzo. A partire da quel momento, però, c’è stata una ripresa ininterrotta fino al 5 di agosto, data in cui ha sfondato la soglia dei 2.000 dollari, segnando un record storico, per poi ristabilirsi all’incirca tra i 1.700 e i 1.900 dollari nel corso del 2021. A seguito dell’invasione russa il metallo giallo ha vissuto un rally che lo ha portato l’8 marzo scorso a toccare un nuovo record storico a 2.056 dollari l’oncia. Attualmente, viaggia intorno ai 1.870 dollari.

Il ruolo della Banche centrali
L’effetto delle sanzioni contro la Russia si estende alla sua Banca centrale, che ha perso l’accesso a gran parte delle sue riserve in valuta estera. Questo ha spostato i riflettori sull’oro, che la Banca di Russia detiene all’interno dei propri confini e che, grazie ai grandi acquisti degli ultimi anni, si stima rappresenti poco più del 20% delle sue riserve totali (circa 2.300 tonnellate o 140 miliardi di dollari di valore).

“Certamente, altre Banche centrali in tutto il mondo stavano osservando come l’oro, presunta àncora di salvezza finanziaria, sia diventato la riserva di valore sicura incontrastata”, osserva Foster. “Più tardi, a marzo, gli Stati Uniti hanno emesso un avviso che proibiva le transazioni in oro con la Russia. Nonostante questo complichi ogni vendita, dubitiamo che impedirà alla Russia di monetizzare il suo oro qualora lo desiderasse. Con questi sviluppi, pensiamo che sia ragionevole supporre che la decisione di congelare le riserve di valuta estera della Russia porterà l’attenzione sulla necessità di diversificare in oro, e potrebbe avere un impatto positivo sulla domanda di oro dalle Banche centrali e da altre istituzioni e investitori a livello globale”.

Guerra e Fed gli aghi della bilancia
A brevissimo termine, il prezzo dell’oro continuerà probabilmente a essere condizionato dagli effetti e dai rischi legati alla guerra in corso, da una possibile espansione oltre l’Ucraina e dai residui impatti negativi sull’economia mondiale. Inoltre, i mercati dell’oro guarderanno la lotta contro l’inflazione da parte della Federal Reserve, che ha alzato i tassi di 50 punti base e ha avviato la politica di quantitative tightening (riduzione del bilancio) nella riunione del 4 maggio scorso. Il mercato, comunque, si aspetta che la Fed aumenti i tassi di almeno 25 punti base (se non di 50) in ognuna delle cinque rimanenti riunioni del FOMC nel 2022.

“Stimiamo che queste proiezioni siano già state prezzate dai mercati dell’oro”, continua il portfolio manager dio VanEck. “In questo contesto, l’azione dei prezzi dell’oro dovrebbe essere strettamente legata alle mutevoli aspettative sul ritmo degli aumenti dei tassi della Fed e, forse più importante, all’effetto percepito sull’economia e sull’inflazione. In altre parole, mentre tassi d’interesse alti sono generalmente negativi per l’oro, sono i tassi reali (tassi d’interesse nominali meno l’inflazione) che sono più fortemente (e negativamente) correlati all’oro”.

Futuro incerto
Passato il rimbalzo di marzo, il periodo attuale non sembra però offrire grandi prospettive per l’oro. “In assenza di altri spunti, l’oro viene zavorrato dall’aumento dei rendimenti governativi americani e dalla conseguente forza del dollaro”, commenta Maurizio Mazziero, analista finanziario e fondatore della Mazziero Research. “Nemmeno il ribasso dei mercati sembra fornire una sufficiente reazione, segno di scarsa convinzione nella protezione del metallo giallo. Eppure, un certo sostegno in area 1.850 dollari sembra tenere, ma ci troviamo in un sottile filo che potrebbe da un lato rilanciare un rimbalzo verso i 1.900 dollari con possibili allunghi verso 1.960, ma al tempo stesso potrebbe aprire a cedimenti verso 1.820, o peggio 1.780 dollari”.

Tutto è possibile quindi. “I rischi, comunque, restano abbastanza contenuti per chi ha una visione di medio-lungo termine che probabilmente vedrà riemergere la forza del metallo giallo spinto dall’elevata inflazione che, come anche le banche centrali hanno capito, ci accompagnerà per diverso tempo”, conclude Mazziero.

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Info autore

Valerio Baselli

Valerio Baselli  è Giornalista di Morningstar.