Sconto contro i subprime

La Fed ha abbassato il costo del denaro per le banche. Gli operatori dopo la settimana nera delle Borse hanno ritrovato un po' di tranquillità. Ma la situazione, dicono resta difficile.

Marco Caprotti 17/08/2007 | 17:00
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Gli Stati Uniti questa volta usano le maniere forti contro la crisi dei subprime. Il Fomc (Federal Operen Market Committee, l’organo che decide le misure di politica monetaria della Federal Reserve) a sorpresa ha tagliato di 50 punti base, portandolo al 5,75%, il tasso di sconto. Il altre parole ha abbassato il costo del denaro che presta direttamente agli istituti finanziari.

Le condizioni sul mercato, ha spiegato la Banca centrale Usa con una nota “si sono deteriorate e la difficile situazione di accesso al credito, assieme alle maggiori incertezze, possono essere di ostacolo alla crescita economica. Anche se l'economia reale sta continuando la fase di moderata espansione il Fomc ritiene che i rischi di un peggioramento della congiuntura siano aumentati notevolmente». Il Comita

to «sta monitorando la situazione ed è pronto ad agire nei modi necessari per mitigare gli effetti negativi sull'economia che emergono dalle turbolenze sui mercati finanziari”. La decisione, alla quale non si ricorreva dal 2001, è arrivata nell’ultima seduta di una settimana nera per le Borse mondiali. L’indice Msci World (calcolato in euro), in cinque giorni ha perso il 3%, nonostante le centinaia di miliardi di dollari pompati nel sistema finanziario globale dalle maggiori banche centrali.

Stati Uniti L’indice Msci North America nell’ultima ottava ha ceduto più dell1%. Il taglio deciso dalla Fed, tuttavia, nella giornata di venerdì ha ridato fiducia agli investitori. I maggiori listini di Wall Street si sono messi a correre come non facevano da quattro anni, trainati dai titoli bancari. “quello che mancava era un po’ di fiducia”, spiega un operatore. “Con questa decisone il Fomc ha dimostrato di avere ancora frecce nel suo arco e di seguire la situazione con attenzione”. E’ ancora presto per dire se la misura basterà a superare la crisi innescata dai mutui destinati alle persone meno abbienti. Anche perché gli Stati Uniti devono fare i conti con una realtà macroeconomica che mostra più di un’ombra. Le spese personali a giugno sono cresciute dell’1,9% contro il +2% fatto segnare a maggio. A luglio i posti di lavoro sono cresciuti di 92mila unità (meno del previsto) e il tasso di disoccupazione è salito al 4,6% rispetto al 4,5% del mese precedente. Il Pil nel secondo trimestre è aumentato a un tasso annualizzato del 3,4%. Per il secondo semestre è previsto un miglioramento compreso fra il 2,25% e il 2,5%. Tutti questi segnali, spiegano gli esperti, indicano un precario stato di salute dell’economia.

Europa L’indice Msci del Vecchio continente nell’ultima settimana ha perso il 5,6%, nonostante la forte ripresa registrata nell’ultima seduta. Anche in questo caso hanno fatto bene le notizie arrivate dalla Federal Reserve e la ripresa dei titoli finanziari. Resta l’incognita su quello che farà la Banca centrale europea. L’istituto di Eurolandia aveva già annunciato un rialzo dei tassi per settembre. Secondo molti economisti quel progetto adesso dovrebbe essere buttato nel cestino. Alzare il costo del denaro di un quarto di punto portandolo al 4,25% nel mezzo della tempesta subprime, spiegano, rischierebbe di strangolare le imprese portandone molte alla bancarotta. Con tanti saluti alla ripresa economica che la Bce dice di voler tenere sotto controllo per evitare l’inflazione. Quanto poi questa crescita congiunturale sia una realtà è tutto da verificare. Nel secondo trimestre il Pil dell’area euro è cresciuto meno delle attese, mentre l’inflazione è rimasta sotto il livello di guardia del 2%.

Asia L’indice Msci della zona ha perso il 5,4%. I listini asiatici, per motivi di fuso orario, non hanno potuto approfittare della mossa della Fed e, nell’ultima seduta della settimana, hanno registrato la peggiore scivolata degli ultimi 17 anni. Le borse dell’area asiatica continuano a scontare la percezione che di esse hanno gli operatori: instabili e a rischio. Di conseguenza in momenti di forte volatilità come quelli di queste settimane sono le prime a scontare la fuga degli investitori. Le aziende della zona, inoltre, esportano la maggior parte dei loro prodotti negli Stati Uniti. Un rallentamento dell’economia Usa, quindi, avrebbe un impatto significativo sui loro bilanci. Non aiuta nemmeno l’andamento delle materie prime che di solito sono un porto sicuro nei momenti di tempesta. Le commodity stanno raggiungendo minimi storici. Il petrolio trattato a New York, per esempio ha toccato i 71 dollari al barile, il livello più basso dal 29 giugno. A questo punto, dopo le decisioni della Federal Reserve bisognerà aspettare lunedì per vedere se sui listini asiatici tornerà a farsi vedere la fiducia.

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Info autore

Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.

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