Crollo Credit Suisse: il problema delle banche europee è a Zurigo, non nella Silicon Valley

La crisi della banca svizzera lascia sul tavolo solo opzioni difficili, afferma l'analista di Morningstar Johann Scholtz.

Lukas Strobl 15/03/2023 | 18:30
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Credit Suisse HQ in Zurich

Credit Suisse (CSGN), la seconda banca svizzera, ha ceduto nella seduta del 15 marzo oltre il 20% dopo che il suo maggiore azionista, la Saudi National Bank, ha dichiarato di non poter sottoscrivere un nuovo aumento di capitale. Il sell-off si è aggiunto ai cali della scorsa settimana guidati dal crollo della Silicon Valley Bank (SVB) e ha spinto il titolo a quota 1,70 franchi svizzeri.

Johann Scholtz, analista azionario di Morningstar, ha messo “under review” la stima del fair value del titolo in quanto l'aumento dei costi di finanziamento di Credit Suisse minaccerebbe la sua continuità aziendale. “Ora crediamo che lo scenario migliore sia che Credit Suisse operi con successo un altro aumento di capitale per rafforzare la fiducia dei finanziatori e dei clienti", ha affermato Scholtz, osservando che i credit default swap ora scontano la possibilità di un default, anche se questo non è lo scenario base di Morningstar. 

Il possibile default di uno dei maggiori istituti di credito della regione ha dato un altro scossone a un settore che solo martedì (14 marzo) aveva fermato le perdite innescate dal crack di SVB. L'indice Stoxx Europe 600 Banks, che non include Credit Suisse ma le principali banche dell'Eurozona, della Scandinavia e del Regno Unito, è sceso del 7% mercoledì 15 marzo a metà giornata.

"I costi di finanziamento di Credit Suisse sono diventati così proibitivi che ora prevediamo che la perdita del 2023 aumenti a tal punto da poter minacciare la sua solidità patrimoniale", spiega Scholtz. “La liquidità di Credit Suisse sembra adeguata a gestire i deflussi di depositi. Inoltre, la banca dovrebbe anche essere in grado di ottenere della liquidità di emergenza dalla Banca nazionale svizzera, prendendo a prestito dal suo portafoglio obbligazionario. Questo, però, non risolverebbe né i problemi di redditività della banca, né quelli patrimoniali”. 

 

Una via d'uscita incerta
L'opzione migliore, nelle mani della banca svizzera, per arginare i deflussi e alleviare la preoccupazione dei finanziatori è un altro aumento di capitale, aggiunge l’analista. Recentemente, a dicembre, ha raccolto 2,2 miliardi di franchi svizzeri in un'emissione di diritti per finanziare una ristrutturazione e sostenere le proprie finanze. All'epoca, il CEO Ulrich Koerner disse che il capitale raccolto avrebbe permesso a Credit Suisse di "sostenere ulteriormente le nostre priorità strategiche da una posizione di solidità patrimoniale e creare una banca più semplice, più stabile e più focalizzata sulle esigenze dei clienti". Tre mesi dopo, i dubbi sulla sua solidità patrimoniale sono più forti che mai.

Secondo Scholtz, ci sarebbero due problemi legati a un possibile aumento di capitale: in primo luogo, gli azionisti dovrebbero affrontare un'ulteriore significativa diluizione del loro investimento, dopo aver perso il 75% del valore delle loro posizioni negli ultimi dodici mesi. Inoltre, senza la Banca nazionale saudita, non è chiaro se un’operazione di questo tipo avrebbe successo. Acquistando 1,75 miliardi di franchi svizzeri tramite un collocamento privato a dicembre, i sauditi hanno avuto un ruolo chiave nel successo di quel round di finanziamento. 

L’alternativa è che la banca venga scorporata: la banca svizzera, il business dell’asset management, quello del wealth management e forse alcune parti dell'attività di investment banking potrebbero essere vendute o quotate attraverso uno spin-off, spiega Scholtz. Questa soluzione, però, potrebbe essere estremamente dannosa per gli azionisti.

 

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Lukas Strobl  è editorial manager EMEA di Morningstar.

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