Il peggior mese di Wall Street dal 2020

Wall Street ha registrato ad aprile il ribasso più pronunciato dopo quello di marzo 2020. I titoli growth sottoperformano i value. Il comparto dei beni difensivi è stato l’unico a chiudere in attivo e ora è quello più costoso. Telecom, beni di consumo ciclici e finanza sono scambiati a prezzi vantaggiosi.

Francesco Lavecchia 10/05/2022 | 10:19
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Wall Street si mette alle spalle un aprile nero. I listini di New York hanno ceduto il 9,04% (in USD) registrando il dato peggiore dal marzo del 2020, quando le perdite superarono la soglia del 13%.

Anche sul mercato azionario americano si conferma la tendenza, già vista in Europa, che vede il segmento value sovraperformare quello growth. Ad aprile i titoli Usa orientati al valore hanno limitato le perdite al 2%, mentre quelli orientati alla crescita degli utili hanno ceduto oltre il 25%. Questo trend è in atto dalla fine dello scorso anno e dall’inizio del 2022 il divario in termini di performance a favore del segmento value è di oltre 23 punti percentuali.

I consumer defensive reggono l'urto
Le perdite hanno colpito tutti i settori economici ad eccezione di quello dei beni difensivi che ad aprile ha guadagnato il 3,4% grazie alle buone performance di titoli come Johnson & Johnson (+4,2%) e Procter & Gamble (+5,2%). Il comparto che ha contribuito maggiormente al crollo dei listini americani nel mese di aprile è stato quello tecnologico, che nel periodo preso in considerazione ha ceduto il 21% a causa delle forti perdite accumulate da titoli con un peso specifico importante come Apple, Nvidia e Netflix, molto male anche i titoli telecom (-26,16%) e quelli dei beni di consumo ciclici (-21,28%).

Questo sell-off ha spinto le valutazioni di mercato delle stock americane ben al di sotto del loro fair value. Al momento, infatti, le azioni coperte dall’analisi Morningstar sono scambiate mediamente a un tasso di sconto del 12%. All'inizio dell'anno la situazione era significativamente diversa: sia il comparto value che quello growth erano sopravvalutati, ma le vendite registrate nel corso del 2022 hanno ridotto il rapporto Prezzo/Fair value (P/FV) rispettivamente a 0,89 e 0,83. Il segmento small cap è quello valutato ai prezzi più vantaggiosi (P/FV pari a 0,79), mentre i titoli a media e larga capitalizzazione sono scontati di circa il 10%.

 

Figura 1: Rapporto Prezzo/Fair value delle stock Usa coperte dall'analisi Morningstar

Fonte dati: Morningstar Direct, dati al 30 aprile 2022

 

Relativamente alla valutazione dei settori, complice l’elevata volatilità sui mercati che ha fatto virare le preferenze degli investitori in equity verso i comparti più difensivi, i titoli più costosi sono quelli consumer defensive e utility, scambiati rispettivamente con un premio medio del 10% e del 7% rispetto al loro fair value. Telecom, beni di consumo ciclici e finanza sono invece quelli scambiati ai prezzi più vantaggiosi. 

Figura 2: Rapporto Prezzo/Fair Value per settore 

Fonte dati: Morningstar Direct, dati al 30 aprile 2022

 

Le prospettive future
Cosa aspettarsi per il futuro? Gli analisti di Morningstar sono convinti che la volatilità sui mercati resterà alta anche nei prossimi mesi, perché i motivi di preoccupazione non mancano, tra il rallentamento della crescita economica, l’aumento dell’inflazione e l’incertezza sulle future mosse di politica monetaria. “Abbiamo ridotto il nostro tasso di crescita del Pil dal 3,7% al 3,5% per il 2022 in gran parte a causa dell’innalzamento del costo del denaro da parte della Federal Reserve. Tuttavia, continuiamo a prevedere nel 2023 e nel 2024 una crescita relativamente robusta e superiore al consensus del mercato per effetto della ripresa del mercato del lavoro”, dice Preston Caldwell, capo economista di Morningstar. “Abbiamo recentemente alzato le nostre aspettative sull’inflazione per il 2022 dal 4,2% al 4,5% a causa dell'aumento dei prezzi dell'energia dovuto al conflitto in Ucraina, ma siamo fiduciosi che le carenze e i vincoli di fornitura siano destinati ad allentarsi generando una significativa pressione deflazionistica”.

Sullo sfondo, poi, c’è la politica monetaria della Federal Reserve. Come previsto, dopo l’aumento dei tassi di riferimento registrato lo scorso marzo, il primo dall'inizio della recessione seguita alla pandemia, nella sua ultima riunione la Fed ha annunciato una ulteriore correzione al rialzo di 0,5 punti percentuali. Il mercato ha iniziato a prezzare la possibilità che già nel meeting di giugno ci possa essere un nuovo aumento di 75 punti base, ma il presidente della Fed, Jerome Powell, ha fatto capire che la scelta più probabile sarà quella di un ulteriore incremento di 0,5 punti percentuali.

 

 

 

 

 

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Info autore

Francesco Lavecchia

Francesco Lavecchia  è Research Editor di Morningstar in Italia