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Troppi stereotipi, la finanza non è ancora per donne

GIORNATA MONDIALE DELLA DONNA 2022. I dati di Academic Insights on Investing rivelano che in Italia i ruoli di responsabile investimenti e capo dell’investment banking sono ricoperti solo da uomini. E non va meglio nel resto del mondo. Ritrarre le poche leader come superwomen nasconde le responsabilità di un’industria che sta cambiando molto poco.

Sara Silano 02/03/2022 | 08:00
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donne

#BreakTheBias, ossia “rompere i pregiudizi” è il tema della Giornata mondiale della donna 2022. In finanza, questo slogan non potrebbe essere di maggior attualità. La sensazione è spesso quella di essere all’anno zero sul fronte della lotta alle discriminazioni, agli stereotipi e alle diseguaglianze di genere, con il rischio di tornare indietro piuttosto che fare progressi.

Una recente indagine di BNY Mellon Investment management su 8 mila donne e uomini in 16 mercati, incluso il Belpaese, e 100 gestori globali che gestiscono un patrimonio di 60 mila miliardi di dollari, rivela che l’industria del risparmio ha “in testa gli uomini”. Quasi 9 società su dieci dicono che il loro cliente di default è “uomo” e tre quarti dichiara che la gamma di prodotti è destinata a un target maschile, con un’attenzione alle caratteristiche e ai benefici che interessano di più questi ultimi.

Poche donne nelle posizioni-chiave
D’altra parte, dove sono le donne nell’industria finanziaria? Tra i gestori di fondi sono molto poche. Su 864 fondi italiani censiti con il nome del fund manager da Morningstar, solo 82 sono guidati da donne, contro i 624 che fanno capo a un uomo. Altri 158 hanno team misti, dove spesso prevale la componente maschile. Il settore finanziario nel suo complesso è uno dei meno virtuosi in tema di leadership femminile. Se guardiamo alle posizioni di vertice, i dati fanno impallidire. Lo conferma un’indagine globale realizzata da Academic Insights on Investing nel 2021 su 9.667 posizioni di responsabile investimenti, capo della ricerca e head of investment banking. Nei 29 paesi analizzati, la presenza mediana delle donne nel ruolo di chief investment officer (CIO) è del 9%. “In Italia, nei 43 casi che abbiamo esaminato, questa carica è ricoperta solo da uomini”, precisa Elisabetta Basilico, tra le autrici dello studio insieme a Tommi Johnsen. In cima alla classifica troviamo l’Austria con il 20%, seguita dalla Cina (19%) e dalla Finlandia (16%).

La classifica dei paesi per rappresentazione di genere nei ruoli di CIO

Le donne CIO nel mondo

Fonte: Academic Insights on Investing. Dati al 31 dicembre 2021

Per quanto riguarda i responsabili della ricerca nell’industria finanziaria, i dati sono un po’ migliori con dieci paesi europei, inclusa l’Italia, oltre agli Stati Uniti e al Canada, che hanno una percentuale di donne sopra la mediana globale che, come nel caso dei CIO, è del 9%. Colpisce in particolare il Lussemburgo, dove sono domiciliati molti fondi venduti in Italia, che ha il 100% di donne head of research nel campione esaminato. Per quanto riguarda il Belpaese, in realtà, il dato assoluto è poco incoraggiante: su dieci posizioni, nove sono appannaggio degli uomini e solo una delle donne.

Infine, l’investment banking è guidato dagli uomini con una maggioranza schiacciante. Su 444 casi esaminati da Academic Insights on Investing a livello globale, la mediana di rappresentazione femminile è dello 0%. In Italia non ci sono donne che ricoprono questa carica.

Non è questione di risultati o superwomen
“Considerati questi risultati, una domanda legittima è se le performance delle donne leader nel settore finanziario sia deludente rispetto a quella degli uomini”, dice Basilico. “In realtà, c’è una letteratura di storie di business e ricerche accademiche che prova l’impatto positivo sulle società quotate e non della presenza delle donne nelle diverse posizioni. I loro risultati sono comparabili, e a volte migliori, della controparte maschile”.

Stereotipi e pregiudizi hanno un ruolo importante, che è documentato anche negli studi accademici, nello spiegare questi dati. E’ significativo che quando a un gruppo di donne e uomini è stato chiesto di disegnare un investitore, il ritratto è stato per tutti di un uomo in giacca e cravatta. Gli studiosi Corina Sheerin e Thomas Garavan della School of Business del National College of Ireland, sostengono che i media hanno parte della colpa per le parole e le immagini che utilizzano quando riportano notizie e storie di finanza. Dopo la crisi finanziaria del 2007-2014, le (poche) donne leader nelle investment bank sono spesso state rappresentate come “superwomen”, mentre il tema della scarsa presenza femminile in ruoli apicali è stato associato a stereotipi e presunte debolezze delle stesse, più che a barriere strutturali all’interno dell’organizzazione.

Un’industria che deve cambiare
Sono le donne che devono assumere atteggiamenti maschili per affermarsi o è l’industria finanziaria che deve cambiare? I dati fanno propendere per la seconda opzione, perché mostrano che creare un’industria finanziaria più inclusiva avvantaggerebbe tutti: imprese e investitori. Lo studio di BNY Mellon rivela che se le donne investissero nella stessa misura degli uomini, gli asset in gestione provenienti da privati aumenterebbero di 3.220 miliardi di dollari in tutto il mondo. Il 50% degli asset manager che hanno preso parte all’indagine ha dichiarato che le donne costituiscono il 10% o meno dei loro gestori, ma quasi i tre quarti è convinto che i talenti femminili porterebbero più innovazione e attrarrebbero maggiormente una clientela diversa da quella tradizionale. L’impatto maggiore è sui giovani: il 29% delle intervistate sotto i 30 anni ha ammesso che investirebbe di più se avesse un consulente finanziario donna contro il 16% delle over 50. Queste ultime, probabilmente, sono rassegnate a un settore “in giacca e cravatta”.

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Info autore

Sara Silano

Sara Silano  è caporedattore di Morningstar in Italia