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3 asset che hanno più rischi di quello che pensi

I bond dei mercati emergenti, i fondi paese e le small cap possono dare rendimento aggiuntivo. Ma gli investitori devono sapere come maneggiarli e capire il proprio livello di rischio.

Marco Caprotti 26/08/2021 | 09:58
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Che cos’è il rischio? Nel mondo degli investimenti ci sono diverse definizioni di questo elemento a seconda dello strumento con cui si ha a che fare e della personale propensione ad affrontarlo. Per usare una definzione generale si può dire che, quando si investe, il rischio consiste nella possibilità che il rendimento sia peggiore delle attese, fino a comportare la perdita, in parte o in tutto, del valore dell’investimento. Anche fare un elenco degli asset considerati rischiosi non è semplice. Ci sono tuttavia alcuni strumenti che stanno entrando sempre di più nei portafogli degli investitori che portano con sè dei rischi di cui forse non sono tutti al corrente. In questo articolo ne esaminiamo tre: obbligazioni dei mercati emergenti, fondi paese e small cap.

Due tipi di emissione
Le obbligazioni emesse da stati sovrani sono denominate in valuta locale (local currency) o in quella di un mercato sviluppato (hard currency, di solito il dollaro Usa).

Questo crea due distinti sottosettori distinti all'interno delle obbligazioni dei mercati emergenti. Il rischio di cambio è la linea di demarcazione che gli investitori dovrebbero tenere a mente quando considerano l’esposizione a uno dei due settori. “Le fluttuazioni valutarie, ad esempio, sono il principale motore di performance per il mercato delle valute locali”, dice Neal Kosciulek, Manager research analyst di Morningstar Research Services .

Le obbligazioni emesse dai governi dei mercati emergenti comportano un rischio di credito aggiuntivo rispetto alle obbligazioni sovrane dei mercati sviluppati perché c’è una maggiore incertezza riguardo alla loro capacità di onorare i propri obblighi. “L'incertezza è determinata da diversi fattori, fra cui la capacità dello Stato di far pagare le tasse ai cittadini e di saper gestire le proprie finanze in modo responsabile”, dice Kosciulek.

Un altro problema è quello di capire quale paniere seguire. “Come nel caso degli indici azionari dei mercati emergenti, le definizioni dei fornitori di benchmark riguardo agli emittenti di bond emergenti variano”, dice l’analista. “Stabilire se la Corea del Sud (che ha un rating Aa2 secondo Moody's) sia uno stato emerging o developed, ad esempio, può avere implicazioni sulla composizione del portafoglio”.

La differenziazione fra i due mercati può portare gli investitori su due percorsi molto diversi. “Le obbligazioni in valuta locale sono fondamentalmente una scommessa sui movimenti del dollaro, mentre i bond in hard currency sono un mezzo per esprimere opinioni sulla capacità di un paese di onorare i propri obblighi”.

Troppi rischi?
Ma, indipendentemente dallo strumento scelto, secondo l’analista è difficile che il risultato sia ottimale, considerando il ruolo che, tradizionalmente un fondo obbligazionario emerging dovrebbe avere all'interno di un portafoglio diversificato. “Anche nell'attuale contesto di tassi di interesse bassi, il rendimento che gli investitori ottengono non è probabilmente proporzionato al rischio”, dice Kosciulek. “E la correlazione di questi mercati con le azioni riduce il loro fascino come diversificatori”.

Country tracker funds
L’interesse per i fondi paese (detti anche country tracker fund) è un elemento che ci preoccupa sempre”, spiega William Samuel Rocco, Senior manager research analyst di Morningstar. “Spesso vengono utilizzati per seguire temi che, in un determinato momento, sono considerati caldi. E questo è sempre un atteggiamento pericoloso. Abbiamo scoperto che non sempre gli investitori percepiscono quanto possano essere rischiosi o come usarli in maniera efficace”.  

Questi strumenti, insomma, hanno senso solo per determinati tipi di investitori. “Ad esempio quelli che vogliono costruirsi un portafoglio diversificato a livello geografico”, dice Rocco. “Oppure quelli che si rendono conto di avere una esposizione troppo bassa a un determinato mercato”.

Puntare su una specifica country, tuttavia non garantisce sempre una reale esposizione a quel paese. Lo si nota guardando la revenue exposure (in pratica, dove le aziende realizzano i loro profitti) dei titoli che fanno parte di un determinato paniere.

Chi possiede un fondo azionario UK small cap, ad esempio, in realtà si sta mettendo in portafoglio aziende le cui fortune dipendono in parte (quasi il 20%, mediamente) dal business che riescono a produrre negli Stati Uniti.

Attenti al country bias
Un errore che si fa spesso con i fondi dedicati ai singoli paesi è quello di acquistare uno strumento (o un asset) dedicato a un’area geografica che si conosce bene (in finanza questo comportamento viene definito country bias). “Prima dell'arrivo di Internet gli investitori avevano poche informazioni sulle società che erano fuori dai loro confini domestici. Per questo era naturale, soprattutto per i più prudenti, acquistare titoli di cui avevano molte informazioni”, spiega Iam Tam, Director della Investment Research di Morningstar. “Questo portava a una sovraesposizione alle azioni del proprio paese. Oggi gli investitori hanno molte più informazioni, ma il comportamento è lo stesso. Chi si muove in Borsa spesso cerca informazioni sul proprio mercato locale, per non uscire dalla comfort zone. E’ un atteggiamento comprensibile ma, dal punto di vista della diversificazione e del rendimento, rischia di essere penalizzante”.

Cosa sono le small cap
Le società sono considerate large, medium o small cap in base alla capitalizzazione di mercato. Per suddividere le società per grandezza, Morningstar adotta un approccio flessibile, attribuendo ciascuna società a un’area geografica (Usa, America Latina, Canada, Europa, Giappone, Asia ex-Giappone, Australia-Nuova Zelanda). Le aziende vengono poi valutate in base alla loro posizione all’interno dell’area di appartenenza. Le large cap sono quelle che coprono il 70% del valore totale delle azioni in quell’area, le mid cap rappresentano il successivo 20% e le small cap il restante 10%.

Guardando con altre lenti, una definzione comune dice che le azioni large cap hanno una capitalizzazione di mercato di almeno 8,8 miliardi di euro, quelle mid cap rientrano nel range tra 1,8 e 8,8 miliardi di euro e quelle small cap vanno dai 220 milioni e 1,8 miliardi di euro.  

Opportunità e rischi delle small cap
Le small cap tendono a offrire rendimenti più elevati a lungo termine, ma gli investitori devono essere preparati a resistere a fasi di considerevole volatilità.

Queste società sono poco conosciute dal mercato, il che significa che c'è una maggiore opportunità per alcuni gestori attivi particolarmente attenti di fare scelte azzeccate all'interno del settore e sovraperformare un indice. Ma, insieme a maggiori prospettive di crescita, c'è anche una possibilità di vedere battute d'arresto.

In genere le small cap offrono un migliore allineamento degli interessi tra gli investitori e il consiglio di amministrazione di una società (che spesso coincide con la famiglia che ha fondato l’azienda) che, anche quando le cose vanno male, non abbandona la nave.

“Le azioni a bassa capitalizzazione sono generalmente più volatili delle loro controparti più grandi e dovrebbero avere il loro posto in un portafoglio ben diversificato”, dice Bryan.

 

Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

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Info autore

Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.