Pensioni, l’ottimismo ingiustificato degli italiani

Secondo una recente ricerca, solo il 18% dei cittadini ha dei desideri realistici e realizzabili in materia previdenziale. Intanto, col Covid rallentano le adesioni alle forme integrative.

Valerio Baselli 07/05/2021 | 09:45
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pensione

Solo la metà degli italiani riesce a prevedere realisticamente a quale età potrà andare in pensione. È uno dei tanti spunti offerti da un recente sondaggio promosso da Moneyfarm in collaborazione con Progetica e condotto su un campione di 2.500 individui maggiorenni residenti in Italia.

Le informazioni che emergono dalla ricerca sono numerose, alcune più significative di altre.

Tempistiche non chiare
Una sorpresa riguarda l’ottimismo (ingiustificato) dei giovani. I ventenni, infatti, indicano come età della pensione i 55 anni, i trentenni poco sotto i 60. Chi ha figli pensa di dover smettere circa tre anni dopo rispetto a chi non ne ha. Anche tra chi ha avuto modo di pensare al proprio futuro, aleggia un ottimismo che stride con i dati di realtà: il 29% vorrebbe andare in pensione a 60 anni, il 18% a 65 anni, con via via percentuali sempre più basse, fino ad arrivare ai 70 anni indicati da un numero molto esiguo di persone.

Come anticipato, solo la metà dei rispondenti ha dichiarato di sapere quando andrà in pensione. Anche in questo caso, la consapevolezza aumenta con il passare dell’età: si va dal 32% degli under 29, al 46% dei trentenni, al 57% dei quarantenni, fino al 65% dei cinquantenni. Questo, però, vuol dire che il 35% degli ultracinquantenni non si è occupato di informarsi su quando andrà in pensione. Fra chi ha dichiarato di sapere quando potrà accedere alla pensione, quasi un terzo (31%) ha risposto 67 anni. Non a caso il requisito minimo per accedere alla pensione pubblica con l’attuale criterio di vecchiaia. Il resto dei rispondenti (69%) indica dai 60 ai 70 anni, con una media di poco più di 66 anni. “Tali risposte mettono in luce quanto poco si conoscano i criteri per accedere effettivamente alla pensione pubblica e l’incidenza che ciascuno di essi avrà sull’assegno pensionistico”, si legge nell’analisi.

Secondo la ricerca, il 32% delle persone dovranno lavorare fino a cinque anni in più rispetto alle proprie attese, il 26% dovrà lavorare tra sei e 10 anni in più rispetto alle attese e il 17% addirittura oltre 10 anni in più. D’altronde, sembra proprio che solo il 18% degli intervistati sia riuscito ad abbinare i propri desideri (quando vorrei smettere di lavorare) alla realtà(quando mi è consentito andare in pensione).

Assegno misterioso
Alla domanda “con quanto vorresti vivere, al mese, una volta in pensione?”, tre persone su 10 non ci hanno mai riflettuto. Da notare anche che il 29% di cinquantenni, nonostante l’età, non lo sa o non ci ha mai pensato. In questo caso, secondo l’analisi, desideri e attese realistiche coincidono solo nel 7% dei casi. Infatti, in media la cifra desiderata tende a essere in linea, se non superiore, all’attuale stipendio del rispondente.

Con ogni probabilità, la realtà sarà purtroppo diversa: Moneyfarm e Progetica avevano già stimato che il tasso di sostituzione (ovvero la percentuale dell'ultimo reddito coperta dalla pensione pubblica) scenderà al 60% per gli uomini che oggi hanno 60 anni e al 54% per le donne (per diminuire ulteriormente per i più giovani).

“Sia parlando di ‘quando’ sia di ‘quanto’ in riferimento alla pensione futura, emerge un importante scollamento tra desideri e realtà degli italiani”, si legge nel report. “Si evince anzi dai rispondenti un pericoloso presentismo, che lascia ancora ben poco spazio alla pianificazione; il futuro non è sufficientemente tenuto in considerazione nelle scelte di investimento e, in particolar modo, in quelle legate alla pensione. La mancanza di una cognizione realistica riguardo le tempistiche della pensione porta le persone a fare scelte sbagliate.”

Previdenza complementare, questa sconosciuta
Forse ci sono anche questi “bias cognitivi” dietro il deludente tasso di adesione alle forme di previdenza integrativa. Certo, la crisi sanitaria non ha aiutato e quando verrà tolto il blocco ai licenziamenti è lecito aspettarsi una riduzione dei versamenti aggregati: secondo gli ultimi dati della Covip, alla fine di dicembre 2020, le forme pensionistiche complementari contano 9,353 milioni di posizioni in essere; la crescita rispetto alla fine del 2019, pari a 236.000 unità (2,6%), è inferiore rispetto ai periodi precedenti alla pandemia.

Guarda il nostro Speciale pensioni: dai conti pubblici alla busta arancione, passando per la previdenza complementare

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Info autore

Valerio Baselli

Valerio Baselli  è Giornalista di Morningstar.