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Etf obbligazionari, troppa confusione sui rischi

Meno del 3% del patrimonio del reddito fisso è in replicanti. Eppure, sono spesso accusati di essere un pericolo. Ma se fossero invece una fonte di liquidità?

Sara Silano 25/11/2019 | 09:32

Etf obbligazionari, troppa confusione sui rischi

Nell’ultimo decennio, il patrimonio degli Etf (Exchange traded fund) obbligazionari europei è cresciuto a ritmi più sostenuti di quello degli azionari, da sempre protagonisti nella gestione indicizzata. Lo sviluppo è stato accompagnato da preoccupazioni sui rischi per gli investitori in caso di mercati avversi, in particolare se si dovesse verificare un incremento dei tassi di interesse, che alimenterebbe la vendita delle obbligazioni esistenti per acquistare quelle di nuova emissione con rendimenti più interessanti.

Se da un lato, il problema non si pone per il momento, dato che la Banca centrale europea ha ribadito la sua politica monetaria espansiva, dall’altro l’allargamento dell’offerta di Etf obbligazionari a segmenti del mercato tipicamente meno liquidi come i titoli high yield (con qualità del credito più bassa) ha alzato il livello di allarme. A tutto questo si aggiunge la confusione che spesso si fa tra rischi inerenti all’attività finanziaria (in questo caso le obbligazioni) e al veicolo di investimento (gli Etf).

Quanto pesano gli Etf sul mercato obbligazionario
“I mercati oscillano continuamente e il rischio fa parte di qualsiasi decisione di investimento”, dice Jose Garcia-Zarate, direttore associato della ricerca sulle strategie passive di Morningstar. Diverso è il discorso relativo al veicolo utilizzato. “In questo caso, è bene domandarsi quanto gli Etf detengono del segmento obbligazionario nel suo complesso”, continua Garcia-Zarate. “La risposta è semplice: molto poco. Si stima che i replicanti detengano meno del 3% del totale”.

Mercato primario e secondario
Perché allora spesso si parla di rischio sistemico? Uno dei motivi è la confusione che si fa tra volumi negoziati degli Etf, ossia le quote scambiate tra venditori e acquirenti sul mercato secondario (quello accessibile agli investitori privati) e l’impatto di queste transazioni sul mercato primario (dedicato all’offerta di titoli di nuova emissione). Nella maggior parte dei casi, gli investitori trattano azioni che sono già in circolazione, per cui non scatta il meccanismo di creazione o riscatto delle quote sul primario. Proprio perché c’è un secondario, ci sarà sempre la possibilità di uscire finché ci sarà qualcun altro sul versante opposto che è disponibile a comprare, esattamente come accade per i titoli azionari.

“Se il mercato dovesse collassare del tutto, come ad esempio avvenne nel 1929, le perdite sarebbero generalizzate tanto nei titoli quanto nei veicoli che li contengono”, spiega l’analista di Morningstar. “In una situazione così estrema non farebbe differenza aver investito in un Etf o in un fondo tradizionale. Tutto il sistema andrebbe in crisi”.

Gli Etf aumentano la liquidità, non i rischi
Per Ben Johnson, direttore della ricerca globale sugli Etf di Morningstar, i replicanti aumentano la liquidità, non i rischi nel reddito fisso. “Danno un aspetto ordinato a un panorama caotico”, afferma. “Mettono insieme titoli relativamente poco liquidi ed eterogenei in un paniere standardizzato che viene negoziato come un’azione. E’ una via più efficiente rispetto all’investimento nelle singole obbligazioni. Inoltre, ci sono molti più acquirenti e venditori potenziali sul mercato secondario che su quello del sottostante. Infine, siccome sono negoziati in tempo reale, gli Etf forniscono un livello senza precedenti di trasparenza sui prezzi dei bond”.

Nonostante i replicanti obbligazionari siano strumenti relativamente più giovani di quelli azionari, hanno dovuto attraversare nell’ultimo decennio fasi di stress, come la crisi finanziaria del 2008, il taper tantrum (reazione di panico seguita all’annuncio da parte della Federal Reserve di voler ridurre la sua politica monetaria ultra-espansiva) nel 2013 o le forti vendite sugli high yield nel 2015. “In certi momenti, si sono rivelati una fonte preziosa di liquidità e informazioni sui prezzi”, dice Johnson con riferimento al mercato americano dove lo storico è più lungo. Questo però non vuole dire che non ci sia un “costo” che prende diverse forme: lo spread bid-ask, l’impatto del mercato sul prezzo degli Etf e gli sconti/premi sul valore del Nav (net asset value). In fasi di stress, il costo sale, ma questo vale per tutti gli strumenti finanziari, non solo per i replicanti.

Leggi le analisi editoriali di Morningstar sugli Etf.

Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

Info autore

Sara Silano

Sara Silano  è caporedattore di Morningstar in Italia

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