Brexit, il talento e la fortuna

Sicuramente ci saranno gestori che guadagneranno dall’attuale fase di volatilità, ma non sappiamo chi sono e probabilmente falliranno in altre crisi future. Meglio, allora, stare con quelli bravi.

Sara Silano 30/06/2016 | 14:32

Con i “se” e con i “ma” non si fa la storia; tuttavia la vittoria del “sì” per l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea si presta molto a questo gioco di ipotesi e contrapposizioni. Il motivo è l’effetto sorpresa che ha avuto sui mercati. Il mini-rally delle Borse nei giorni precedenti il 23 giugno è la prova che l’esito del voto era stato largamente sottostimato. Di qui il brusco shock che è seguito alla notizia e la forte volatilità dei giorni successivi.

Sulle ipotesi si sono esercitati molto gli strategist, i gestori e gli economisti prima del referendum: cosa succederà se vincerà la corrente del leave e se la maggioranza sarà per il remain? Lo stesso accade ora che gli inglesi hanno espresso il loro voto, perché si ragiona sulle conseguenze per Londra, le possibili ondate disgregative dell’Unione in altri paesi, come la Francia e l’Italia, il ruolo della Scozia, le probabilità che le banche e le società finanziarie spostino le loro sedi nel continente. E i mercati leggono tutto questo in un solo modo: incertezza.

Cosa insegna la storia
Ecco allora che diventa facile cercare spiegazioni e possibili evoluzioni nei passati periodi di volatilità delle Borse: la bolla tecnologica nel 2000, il fallimento di Lehman Brothers nel 2008 o la crisi del debito sovrano nel 2011. Ma, per dirla con le parole di John Rekenthaler, Vice president della ricerca Morningstar, “ogni crisi finanziaria è differente”. Brexit crea i presupposti per un cambiamento strutturale, non ciclico, sui mercati, oltre che nell’economia, nelle relazioni politiche e sociali.

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Sara Silano

Sara Silano  è caporedattore di Morningstar in Italia

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