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Le due facce degli alternativi

In Europa sono stati il segmento dell’industria dei fondi a più alta crescita nel 2015. Negli Stati Uniti, una trentina sono stati chiusi e gli investitori sono diventati più freddi verso questi prodotti. Quali sono i rischi degli eccessi.

Sara Silano 14/01/2016 | 10:18

Non ci sono ancora i dati al 31 dicembre, ma possiamo già dire che il 2015 in Europa è stato l’anno dei fondi alternativi. Il tasso di crescita organica (i flussi in percentuale del patrimonio iniziale) è stato del 24,87%, il più elevato nell’industria europea (a fine novembre). Nei primi undici mesi i flussi netti sono stati di 71,4 miliardi di euro, secondi solo ai bilanciati (+143,5 miliardi).

Usa in pausa
Fin qui la storia europea. Negli Stati Uniti, i fondi che adottano strategie simili agli hedge fund hanno conosciuto un’altra dinamica nel 2015. “Investors and fund companies press the pause button”, scrive Josh Charlson, analista di Morningstar. Tradotto, significa che investitori e società di gestione hanno “premuto il tasto pausa”.

Negli anni scorsi, molti gestori di prodotti speculativi erano entrati nell’arena dei fondi comuni attratti dalla possibilità di aumentare la base clienti e i profitti. Ma i risultati sono stati deludenti. Studi più approfonditi diranno quali sono state le cause. Tra i “sospettati” ci sono la turbolenza dei mercati finanziari, la difficoltà di replicare le strategie con i vincoli posti dalla normativa e l’operatività con calcolo giornaliero della quota. Nel frattempo, arrivano le prime notizie di chi abbandona il campo. Whitebox Advisors, noto hedge fund di Minneapolis entrato nell’arena dei fondi comuni nel 2011 sulla scia della notorietà del fondatore Andrew Redleaf, ha annunciato che chiuderà i suoi comparti liquide alternative, dopo un 2014 sottotono e un 2015 fortemente in rosso.

Selezione naturale
Morningstar ha stimato che negli Stati Uniti hanno cessato di esistere una trentina di fondi alternativi l’anno scorso. Certo, il numero è piccolo se confrontato con il boom di lanci di questi prodotti negli anni scorsi (erano 136 nel 2007 e a fine 2014 sono arrivati a 559); tuttavia è il segnale che qualcosa sta cambiando. Secondo Charlson, “è la naturale evoluzione di un segmento che è cresciuto troppo rapidamente ed è diventato saturo”, “ma il fondamento logico di inserire strategie con una bassa correlazione e volatilità nel portafoglio non è venuto meno”. Insomma, è il momento della selezione. “Sopravvivranno i comparti con un processo di investimento solido, strutturato e sostenibile, attento alla gestione del rischio”, dice l’analista. “Quelli con costi ragionevoli e che sapranno allineare i propri interessi a quelli degli investitori”.

Lezioni americane
La storia americana dei fondi alternativi non necessariamente segnerà quella europea, ma le conseguenze degli eccessi nello sviluppo di un solo segmento dell’industria sono noti anche da questa parte dell’oceano, dove queste strategie rappresentano oggi ancora una piccola fetta del patrimonio complessivo investito nel risparmio gestito (4,63% al 30 novembre 2015). 

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Info autore

Sara Silano

Sara Silano  è caporedattore di Morningstar in Italia

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