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Il lato oscuro del benchmark

Non sempre, dicono gli operatori, l'indice è il miglior sistema per capire come sta andando un investimento. Meglio diversificare i panieri, controllare la vera esposizione e non fidarsi del nome. 

Marco Caprotti 10/07/2014 | 10:36
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Occhio all’indice. Non sempre, dicono gli analisti, un paniere è il miglior sistema di valutazione di un investimento. Un esempio in questo senso viene da uno dei benchmark più utilizzati: l’S&P500, l’indice guida di Wall Street. “Spesso questo paniere viene utilizzato come termine di paragone per portafogli che contengono azioni, obbligazioni e asset molto diversi fra loro come investimenti immobiliari e commodity”, spiega uno studio firmato da David Marotta, analista della società di consulenza AdviceIQ. “Il problema è che l’S&P500 raccoglie solo le più grandi aziende americane e, da solo, non basta a rappresentare nemmeno tutta la parte equity che spesso vede titoli di società piccole e grandi di tutto il mondo”.

Il nocciolo della questione sta nei risultati dell’investimento che danno vita al cosiddetto tracking error (lo scostamento di performance di un’attività finanziaria, normalmente un fondo d’investimento, rispetto al suo indice di riferimento). In sé questo non è uno svantaggio. Quanto maggiore è il tracking error, tanto più è attiva la gestione dell’investimento, in quanto questo non segue passivamente l’andamento di un paniere.

Ma un indice, di solito, ha centinaia di titoli al suo interno, mentre un portafoglio normalmente contiene solo i più importanti. A questo bisogna aggiungere che un benchmark modifica con una certa regolarità le aziende rappresentate, mentre per un investitore questo processo può esser più lento”.  

Diversificare i panieri
La soluzione? A prima vista sembrerebbe quella di affidarsi a strumenti che replicano fedelmente un paniere: una soluzione pratica per chi non può o non vuole seguire attivamente i propri investimenti e, spesso, conveniente per quanto riguarda i costi. “Il problema, in questo caso, è l’imbarazzo della scelta”, dice l’analista. “Nel mondo ci sono prodotti basati su 8mila panieri diversi. Non ha senso utilizzare un solo benchmark per avere un’idea di come sta andando il proprio portafoglio. Ognuno può scegliere quello che meglio rappresenta la propria allocation”.

Come scegliere?
Questo, però, apre un’altra questione. Esaminando le performance di due panieri in uno specifico periodo, con lo stesso livello di volatilità ma con diversi andamenti, qual è il migliore? Di primo acchito la risposta sembrerebbe essere: “Quello con il rendimento migliore”. In realtà la faccenda è un po’ più complessa. “La domanda, posta in questi termini, non considera un’informazione fondamentale: il segmento di mercato che ogni benchmark copre”, spiega uno studio firmato da David Koenig, strategist di Russell Investments. “Pensare che entrambi diano la stessa esposizione molte volte è un errore”. Due panieri diversi possono dare l’idea, ad esempio, di coprire entrambi il segmento delle small cap. Andando a studiarne la composizione si scopre poi che uno si orienta anche verso le aziende di medie dimensioni. “A volte due prodotti con nomi simili hanno differenti approcci di costruzione. Quindi è meglio non considerarne la performance fino a quando non si capisce veramente il segmento che coprono”, dice Koenig.

Il nome non è una garanzia
In questo senso il nome del paniere non aiuta. “Espressioni come Quality o Low Volatility possono trarre in inganno”, spiega lo strategist “Un paniere a bassa volatilità, ad esempio, può concentrarsi su uno o due settori come, magari le utility. L’altro, invece, per raggiungere lo stesso risultato può utilizzare una maggiore diversificazione”.

Anche strumenti con una costruzione per stile di investimento (value o growth) e per dimensioni (large cap o small cap) possono avere metodi di costruzione diversi che traggono in inganno. Due esempi illuminanti sono il Russell 2000 e l’S&P600 small cap. Entrambi coprono il segmento delle small cap Usa. Ma il primo è rivisto ogni anno per evitare di includere aziende che, magari, nel frattempo sono diventate della blue chip. Il secondo, invece, è controllato da un comitato che decide quali titoli inserire e quali escludere scegliendo fra l’S&P Mid Cap 400 e l’S&P500 ma senza utilizzare un calendario preciso. “Il risultato è che i due panieri sono diversi per capitalizzazione e titoli rappresentati”, dice Koenig. 

Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

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Info autore

Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.