Derivati, strumenti a doppio taglio

Molti gestori di fondi comuni li utilizzano per implementare la propria strategia. Ma resta il nodo della trasparenza.

Valerio Baselli 26/03/2013 | 11:02

Dietro i più grossi scandali finanziari ci sono quasi sempre loro: i derivati. Dalla crisi dei mutui subprime (quelli di bassa qualità) negli Stati Uniti, allo scandalo della London Whale che ha riguardato Jp Morgan (6,2 miliardi di dollari di buco per le scommesse di Bruno Iksil, un trader che a causa delle sue enormi posizioni è stato appunto soprannominato “la balena di Londra”, London Whale), fino  all’ultimo in ordine di tempo, quello che riguarda Monte dei Paschi di Siena. 

Sarà forse per questo che molti investitori associano gli strumenti derivati a qualcosa di pericoloso, da cui stare alla larga e spesso non sanno che i fondi comuni d’investimento possono detenere derivati. Molti investitori istituzionali, come banche, governi, hedge fund, Etf e fondi comuni, utilizzano infatti contratti di questo tipo per coprire dei rischi o rendere più efficiente la gestione.

Le origini
Nati a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, i derivati si chiamano così proprio perché il loro valore deriva dall’andamento di un titolo, di una commodity o di un’asset class sottostante. In origine erano una specie di assicurazione contro le potenziali perdite. Avevano quindi lo scopo di ridurre il rischio, anche se poi col tempo si sono trasformati in strumenti speculativi.

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Valerio Baselli

Valerio Baselli  è Redattore di Morningstar in Italia

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