Quanto sono esposti i fondi europei alla Russia?

Molto meno di quello che si potrebbe pensare, anche se il paese può pesare in modo significativo in alcuni strumenti dedicati all’area emergente del Vecchio continente.

James Gard 25/02/2022 | 14:11
Facebook Twitter LinkedIn

Bandiera-Ucraina

Gli investitori hanno ragione a essere preoccupati per l'invasione russa dell'Ucraina. Giovedì, i principali mercati azionari hanno registrato pesanti perdite. E la prospettiva di ulteriori sanzioni grava pesantemente su molte società quotate fino ad ora sfuggite ai ribassi.

Per gli investitori in fondi europei, il conflitto pone l'inevitabile domanda: qual è la mia esposizione alla Russia o all'Ucraina? I fondi comuni specializzati sulla Russia sono ancora prodotti di nicchia ed è improbabile che costituiscano una parte importante di un portafoglio diversificato.

Se non si possiede un fondo di questo tipo, quali altri rischi si corrono? Gli investitori probabilmente stanno controllando i loro portafogli per vedere che esposizione hanno al paese, ma la realtà è che le azioni russe costituiscono una piccola percentuale del patrimonio delle strategie europee.

Secondo i dati Morningstar Direct, al 31 gennaio 2022, le azioni russe rappresentavano solo lo 0,27% degli asset europei nei fondi ed ETF: 32,8 miliardi di euro dei 12mila miliardi di euro di patrimonio totale dei fondi a lungo termine.

Nella tabella in basso sono elencati i fondi che hanno la maggiore esposizione all'azionario Russia (dalla selezione sono stati eliminati i fondi dipsonibili solo in un paese. I Morningstar Analyst rating sono assegnati alle singole classi e potrebbero essere diversi. La maggioor parte dei fondi ha un Morningstar Quantitative Rating). 

 

È probabile che i comparti specializzati sui mercati emergenti abbiano una certa esposizione alla Russia dato che il paese fa parte dell'indice MSCI Emerging Markets. Ma i più grandi fondi indicizzati sugli emerging markets come quelli venduti da iShares e Vanguard hanno solo il 3% circa dedicato alla Russia.

Europa emergente
E i fondi azionari dedicati all'Europa emergente? A causa delle dimensioni dell'economia russa, l'esposizione percentuale è più alta. Il più esposto in termini assoluti è Schroder ISF Emerging Europe, che ha asset totali per 740 milioni di euro. Ha poco meno del 60% di esposizione alla Russia, con Gazprom, Sberbank e Lukoil che sono le principali holding. Nell'anno in corso il fondo è sceso del 6,4% dopo un guadagno del 25% nel 2021 sulla scia del rialzo dei prezzi del petrolio. Le azioni di Sberbank sono state molto volatili questa settimana poiché gli investitori temono che la banca possa entrare nell'elenco degli istituti che pagheranno di più le sanzioni.

In termini percentuali, Invesco Emerging European (non distribuito in Italia) ha l'esposizione più alta,(73%). Il fondo è piccolo per gli standard europei con un patrimonio di 16 milioni di euro e ha un Morningstar Quantitative Rating (qui il link alla metodologia) pari a Neutral. Ancora una volta, Sberbank, Lukoil e Gazprom costituiscono le partecipazioni maggiori e il rendimento da inizio anno è del -6%.

Templeton Eastern Europe, che ha un Morningstar Quantitative Rating Neutral e detiene 209 milioni di euro di asset, ha una esposizione percentuale alla Russia del 68%. JPMorgan Emerging Europe, che è classificato Bronze (qui il link alla metodologia) dagli analisti di Morningstar, ha un'esposizione di oltre il 60% alle azioni russe ma è più grande dei fondi Invesco e Templeton con 325 milioni di euro di asset. Anche questo fondo ha perso circa il 6% da inizio anno, ma la performance non include l’andamento post-invasione.

Negli ultimi anni la Russia è stata un punto di riferimento per gli investitori alla ricerca di reddito sui mercati emergenti, grazie a società ricche di liquidità che hanno pagato dividendi generosi per gli standard europei. Ma anche gli ETF dedicati ai dividendi hanno una esposizione bassa alla Russia.

Oltre ai fondi long only, ci sono più di 1.200 comparti che hanno un'esposizione corta alle azioni russe. Ma la maggior parte delle posizioni sono molto piccole sia in termini assoluti che in percentuale.

Meno BRIC
Quando l'acronimo BRIC è stato coniato nel 2001 dal capo economista di Goldman Sachs, Jim O'Neill, voleva comunicare l'entusiasmo che circondava i mercati emergenti dell'epoca: BRIC è l’acronimo Brasile, Russia, India e Cina. Da allora, le azioni e i fondi dell'America latina hanno registrato un'enorme volatilità, l'India ha prosperato e la Cina è cresciuta in modo significativo in proporzione all'universo dei mercati emergenti.

Ci sono strategie BRIC attive e passive. iShares BRIC 50 ha un'esposizione dell'8% alla Russia. Ma questo ETF ha solo 161 milioni di euro di asset. È anche un fondo concentrato, incentrato sulle prime 50 società BRIC. I fondi BRIC passivi più grandi hanno un'esposizione alla Russia compresa tra il 20% e il 25%, secondo i dati di Morningstar Direct. In generale, tuttavia, negli ultimi anni gli investitori stanno abbandonando i BRIC e ora si stanno concentrando negli investimenti sui mercati emergenti con un approccio ESG. In termini di acronimi, quello FANGS riferito ai big tecnologici è stato molto più redditizio nell’ultimo decennio.

Nel complesso l'esposizione diretta dei fondi europei alle azioni russe è molto ridotta. Il vero impatto si farà sentire quando i mercati dell'Europa occidentale sconteranno l'incertezza che l'invasione russa ha portato nella mente degli investitori.

Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

Facebook Twitter LinkedIn

Info autore

James Gard  Editor di Morningstar