Deforestazione, potremmo essere complici senza saperlo

Può accadere di avere in portafoglio aziende con una catena di fornitori che non rispetta l’ambiente. Le certificazioni indipendenti possono aiutarci. Ma ancor più importante è l’azionariato attivo da parte dei gestori. Che finora su questo tema è stato deludente.

Sara Silano 19/04/2021 | 09:39
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La prima immagine che ci viene in mente quando pensiamo alla deforestazione è quella di bulldozer, camion e motoseghe che abbattono e trasportano gli alberi. Possiamo quindi pensare che sia sufficiente non essere coinvolti in quelle attività, o sostenerle in alcun modo, per evitare di contribuire a un danno inestimabile per l’ambiente e l’ecosistema. Ma non è così. Avere in portafoglio alcune aziende alimentari, produttori di carne, catene di fast-food o industrie del settore dei beni di consumo può renderci complici.

Il caso dell’olio di palma
Come è possibile? La risposta è nella catena dei fornitori, ossia la filiera produttiva. Il caso più emblematico è l’olio di palma. Le piantagioni nel sud-est asiatico e in Africa hanno decimato la foresta tropicale e messo a rischio gli habitat di molte specie animali. Inoltre, hanno costretto gli indigeni a lasciare le loro terre e impiegato i bambini nelle coltivazioni. Una volta che l’olio di palma entra nella catena globale dei fornitori dell’industria alimentare però spesso si perdono le tracce della sua origine. Diventa così difficile per le aziende e gli investitori sapere se la sua produzione ha rispettato i criteri di sostenibilità ambientale e sociale.

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Sara Silano

Sara Silano  è caporedattore di Morningstar in Italia

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