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Deforestazione, potremmo essere complici senza saperlo

Può accadere di avere in portafoglio aziende con una catena di fornitori che non rispetta l’ambiente. Le certificazioni indipendenti possono aiutarci. Ma ancor più importante è l’azionariato attivo da parte dei gestori. Che finora su questo tema è stato deludente.

Sara Silano 19/04/2021 | 09:39
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La prima immagine che ci viene in mente quando pensiamo alla deforestazione è quella di bulldozer, camion e motoseghe che abbattono e trasportano gli alberi. Possiamo quindi pensare che sia sufficiente non essere coinvolti in quelle attività, o sostenerle in alcun modo, per evitare di contribuire a un danno inestimabile per l’ambiente e l’ecosistema. Ma non è così. Avere in portafoglio alcune aziende alimentari, produttori di carne, catene di fast-food o industrie del settore dei beni di consumo può renderci complici.

Il caso dell’olio di palma
Come è possibile? La risposta è nella catena dei fornitori, ossia la filiera produttiva. Il caso più emblematico è l’olio di palma. Le piantagioni nel sud-est asiatico e in Africa hanno decimato la foresta tropicale e messo a rischio gli habitat di molte specie animali. Inoltre, hanno costretto gli indigeni a lasciare le loro terre e impiegato i bambini nelle coltivazioni. Una volta che l’olio di palma entra nella catena globale dei fornitori dell’industria alimentare però spesso si perdono le tracce della sua origine. Diventa così difficile per le aziende e gli investitori sapere se la sua produzione ha rispettato i criteri di sostenibilità ambientale e sociale.

Il problema non è circoscritto alle imprese che operano in determinate regioni. “Per esempio, Archer-DanielsMidland ADM è una società alimentare statunitense quotata sull’S&P 500 e presente nel portafoglio di diversi fondi”, spiega Jackie Cook, responsabile del Sustainability Stewardship Research di Morningstar. “Secondo quanto ha riportato Sustainalytics, molti osservatori ‘hanno messo in luce i casi di deforestazione nella catena di fornitori di olio di palma’. Inoltre ‘ADM è stata accusata di acquistare soia da aziende agricole non registrate in Amazzonia e di essere stata esposta agli incendi nella sua supply chain in Brasile’. La sua politica in tema di deforestazione è considerata debole”.

ADM non è l’unica industria alimentare coinvolta. Leslie Samuelrich, presidente di Green Century capital management cita altri nomi con riferimento a olio di palma e soia, tra cui Bunge, Louis Dreyfus, Cofco e Glencore. Per quanto riguarda gli allevatori e produttori di carne, ci sono grandi player come JBS, Marfrig e Minerva. Nella filiera rientrano le catene di fast food e i ristoranti, tra cui Domino’s Pizza e Yum Brands e sotto i riflettori è finita anche Procter&Gamble, che si rifornirebbe per alcune materie prime da aziende nell’area della foresta tropicale nel sud-est asiatico e quella boreale in Canada.

Cosa possono fare gli investitori
“Certificazioni indipendenti come the Roundtable on sustainable palm oil (RSPO) e il Forest stewardship council (FSC) danno qualche forma di rassicurazione sulla provenienza delle materie prime”, afferma Cook. “Ma una leva fondamentale per cambiare il comportamento delle aziende è l’attività di proxy voting nelle assemblee degli azionisti, ossia la promozione di risoluzioni per avere più trasparenza e cambiare i comportamenti delle imprese”.

Fino agli ultimi anni, la questione della deforestazione non ha attratto la stessa attenzione di altri temi ambientali come il cambiamento climatico. Secondo i dati Morningstar, su 17 risoluzioni votate tra il 2015 e giugno 2020, il più alto livello di supporto è stato del 33%. Più di recente, l’interesse è cresciuto, ma i gestori faticano a vedere una chiara relazione con i rischi di investimento.

Tabella 1. Le risoluzioni sulla deforestazione nelle assemblee degli azionisti USA dal 2015

Risoluzioni degli azionisti in USA su deforestazione

Dove sono i grandi?
L’organizzazione Friend of the earth ha lamentato il debole sostegno dei cosiddetti “big three”, le tre più grandi società di gestione al mondo (BlackRock, Vanguard e State Street) alle risoluzioni su queste tematiche nelle aziende di beni di consumo che hanno in portafoglio. In effetti, i dati Morningstar mostrano che, con l’eccezione di State Street, all’assemblea di Bloomin’ Brands nel 2020, non c’è stato alcun supporto alle proposte sulla deforestazione elencate nella tabella 1. Anche i grandi fondi sostenibili spesso hanno votato contro.

Tuttavia, qualcosa sta cambiando. “L’anno scorso Green century ha richiesto a Procter&Gamble un report per accertare e capire come aumentare i suoi sforzi per eliminare la deforestazione e il degrado di foreste incontaminate dalla sua catena dei fornitori, dopo che l’attività di engagement si era chiusa con un nulla di fatto. A ottobre 2020, il 68% degli azionisti ha votato a favore di tale risoluzione”, continua Cook. “Non abbiamo ancora i dati della Sec (la Consob americana, Ndr) sugli esiti del voto, perché saranno resi pubblici ad agosto 2021; però BlackRock, Vanguard e State Street hanno reso noto di aver sostenuto questa misura”.

Un altro segno del cambiamento riguarda una risoluzione, prima nel suo genere, che ha richiesto a JPMorgan Chase di spiegare agli azionisti “come aumentare gli sforzi per ridurre gli impatti negativi e accrescere quelli positivi sull’ecosistema e la biodiversità nei suoi portafogli bancari e di investimento”. L’8 aprile Green century ha annunciato di aver ritirato la proposta perché il gruppo finanziario ha accettato di impegnarsi in questa direzione con i clienti appartenenti a diversi settori, dalla produzione di olio di palma e cacao agli allevatori, alle società minerarie e di infrastrutture.

Le dimensioni del rischio deforestazione
“Il rischio generato dalla deforestazione va oltre i portafogli di investimento”, conclude Cook. “Risanare gli ecosistemi è un obiettivo che può essere realizzato solo se investitori e governi lavorano insieme e nella stessa direzione”.

 

Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

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Titoli citati nell'articolo

Nome TitoloPrezzoCambio (%)Morningstar Rating
Archer-Daniels Midland Co96,45 USD0,21Rating
Procter & Gamble Co145,48 USD-0,76Rating

Info autore

Sara Silano

Sara Silano  è caporedattore di Morningstar in Italia