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ETF per tagliare le emissioni

Un numero crescente di replicanti sta puntando su indici che si focalizzano su strategie low carbon, eliminando o riducendo le compagnie attive nell’estrazione e nel commercio dei combustibili fossili.

Valerio Baselli 02/03/2020 | 09:27
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Wind

Secondo l’ultimo rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP), pubblicato nel 2019, le emissioni globali di gas serra dovrebbero diminuire del 7,6% ogni anno tra il 2020 e il 2030 per poter sperare di raggiungere l’obiettivo di ridurre il riscaldamento globale a 1,5°C come previsto dall’Accordo di Parigi. Attualmente, le nazioni del G20 rappresentano collettivamente il 78% di tutte le emissioni, ma solo cinque membri si sono impegnati a raggiungere l’obiettivo a lungo termine pari a zero.

Decisamente più catastrofistiche, invece, le previsioni dal Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC), organismo internazionale incaricato di valutare le scienze legate ai cambiamenti climatici istituito nel 1988 dall'Organizzazione meteorologica mondiale, secondo il quale bisognerebbe ridurre le emissioni di CO2 tra il 40% e il 60% entro il 2030 per raggiungere la neutralità carbonica per la metà del secolo. Da qui, secondo il loro report dal titolo Global Warming of 1.5°C, la necessità di decarbonizzare le nostre economie e di ridurre drasticamente il consumo di energia da parte dei settori come industria, trasporti e immobili.

Nell'ultimo anno sono stati lanciati diversi Exchange traded fund che riducono esplicitamente l'esposizione alle aziende con i più grandi carbon footprint (impronte di carbonio: un parametro che viene utilizzato per stimare le emissioni di gas serra espresse generalmente in tonnellate di CO2).

Un passo, questo, ancora più rilevante alla luce del fatto che il grosso delle emissioni è imputabile a un gruppo relativamente ristretto di aziende. Secondo uno studio a cura del Climate Accountability Institute, infatti, circa il 35% delle emissioni di gas serra prodotte dal 1965 al 2017 è stato emesso da appena 20 società. Svettano la compagnia nazionale saudita Saudi Aramco, la multinazionale statunitense Chevron e la russa Gazprom, responsabili da sole di più di un decimo delle emissioni generate su scala internazionale nell’ultimo mezzo secolo.

La svolta “verde” del gigante BlackRock, in questo senso, dà l'impulso all’intera industria dei replicanti. L’anno scorso, iShares, dopo aver lanciato la gamma “ESG Enhanced”, ha deciso di modificare l’indice replicato di altri cinque ETF che nel complesso superano i tre miliardi di euro di asset.

I fondi interessati a tale cambiamento del benchmark sono l’iShares MSCI World SRI ETF, l’iShares MSCI USA SRI ETF, l’iShares MSCI Europe SRI ETF, l’iShares MSCI Japan SRI ETF e infine l’iShares MSCI EM SRI ETF

In pratica, questi ETF sono passati dal replicare gli indici MSCI SRI agli indici MSCI SRI Select Reduced Fossil Fuel. La differenza sta nel fatto che i primi applicano un filtro di esclusione di alcuni settori (armi e alcool, ad esempio) e un approccio best-in-class (dare priorità ai titoli con miglior punteggio ESG), mentre i secondi compiono un ulteriore passo in avanti, escludendo le aziende coinvolte nelle industrie del carbone, del petrolio e del gas.

Come risultato, le partecipazioni di questi fondi in grandi compagnie energetiche, come ad esempio Total, ConocoPhillips e Repsol, sono state liquidate. Anche se queste aziende si stanno sforzando di spostare i loro modelli di business verso le energie rinnovabili, buona parte dei loro ricavi dipende ancora fortemente dai combustibili fossili. Non sorprende che i settori dell'energia, dei materiali di base e delle utility siano stati i più colpiti.

Ishares non è il solo emittente di replicanti che ha intrapreso la strada della decarbonizzazione. Xtrackers e Ossiam, ad esempio, hanno lanciato ETF con l’obiettivo di ridurre l’esposizione al carbone. Lo scorso ottobre, infatti, DWS ha lanciato l’ultimo fondo della gamma collegata agli indici MSCI Global Low Carbon Leaders, l’Xtrackers ESG MSCI Emerging Markets UCITS ETF.

Nel caso dei fondi Ossiam ESG Low Carbon Shiller Barclays CAPE® US Sector UCITS ETF e Ossiam US ESG Low Carbon Equity Factors UCITS ETF, invece, il gestore (si tratta infatti di ETF “attivi”) misura l’esposizione fossile a livello di singolo componente, esaminando le emissioni di carbonio, le potenziali emissioni dalle riserve di petrolio e il rapporto tra l’energia prodotta da fonti rinnovabili e tradizionali. Tale analisi viene poi incorporata nei portafogli tramite un processo di ottimizzazione, analogamente alla gamma ESG Enhanced di iShares.

Di seguito i 15 ETF più grandi a cui Morningstar assegna la Low carbon designation tra quelli registrati alla vendita in Italia.

ETF Low Carbon 02 20  

Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

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Info autore

Valerio Baselli

Valerio Baselli  è Giornalista di Morningstar.