Etf, quanto mi costi (davvero)?

Metodo di replica, prestito titoli, turnover del benchmark, trattamento fiscale, oltre a orizzonte temporale, somme investite e transazioni effettuate. Ecco tutti gli elementi che possono incidere sull’esborso finale.

Valerio Baselli 04/03/2019 | 10:10

Gli Exchange traded fund sono diventati lo strumento finanziario preferito da un numero crescente di investitori, sia istituzionali che privati. Trasparenza, facilità di scambio, efficienza fiscale e bassi costi sono le caratteristiche dietro a questo successo. Le commissioni, in particolare, costituiscono un input fondamentale nel processo di selezione effettuato dagli investitori. Ma quando si tratta di scegliere un Etf, in particolare quando si analizzano replicanti che tracciano lo stesso benchmark o quasi, è importante guardare oltre le commissioni dichiarate (indicate spesso con il termine Ter, Total expense ratio) e adottare un approccio più olistico per valutare il costo totale.

Il costo totale di un Etf può essere approssimativamente suddiviso in due parti: costi di proprietà (holding costs, in inglese) e costi di transazione. L'importanza relativa delle due componenti varierà in funzione dell’orizzonte temporale dell’investitore e della somma di denaro da investire. I costi di proprietà comprendono le commissioni e una varietà di altri fattori che influiscono sul rendimento relativo al benchmark replicato. I costi di transazione comprendono commissioni e spread bid/ask.

In generale, gli holding costs rappresenteranno la componente più importante del costo totale per gli investitori a lungo termine, poiché sono per definizione sostenuti durante tutto il periodo di detenzione. I costi di transazione saranno invece più importanti per gli investitori che hanno orizzonti temporali più brevi, in particolare nei casi in cui stanno investendo ingenti somme di denaro.

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Info autore

Valerio Baselli

Valerio Baselli  è Giornalista di Morningstar.

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