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VIDEO: Luci e ombre dei Pir

Secondo Andrea Rocchetti di Moneyfarm, i Piani individuali di risparmio presentano diversi punti deboli, in particolare sotto il profilo della diversificazione e dei costi. Il suggerimento è di dedicare eventualmente solo una piccola parte del proprio portafoglio a tali strumenti.

Valerio Baselli 23/02/2017 | 09:46
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Valerio Baselli: Buongiorno e benvenuti. La principale novità di questo 2017 nell’ambito del risparmio gestito italiano è la nascita dei Pir, Piani individuali di risparmio, uno strumento d’investimento di lungo termine pensato in particolare per veicolare i capitali verso le imprese italiane.

Di pregi e difetti dei Pir, ne parliamo oggi con Andrea Rocchetti, responsabile gestione clienti di Moneyfarm. Buongiorno Andrea e grazie.

Andrea Rocchetti: Buongiorno e grazie dell’invito.

Baselli: Dunque, Moneyfarm è una società di consulenza finanziaria indipendente. Il vostro lavoro è quindi di trovare l’asset allocation che secondo voi è la più adatta al profilo dei vostri clienti. Ecco, voi andate un po’ controcorrente, perché avete deciso di non includere i Pir nella vostra offerta, nonostante siano strumenti invocati da tempo e accolti con molto entusiasmo dall’industria del risparmio gestito. Come mai questa scelta?

Rocchetti: Alla base della nostra filosofia d’investimento c’è la diversificazione, geografica, valutaria, in termini di asset class. I Pir questa diversificazione non la offrono. Inoltre, l’incentivo fiscale secondo noi non è sufficiente a remunerare l’eccessiva concentrazione di small cap italiane in portafoglio, che sono molto volatili e correlate tra loro.

I portafogli Moneyfarm hanno un’esposizione al sistema Italia pressoché nulla. I nostri clienti lavorano in Italia, hanno una casa in Italia, molto probabilmente hanno Btp o singoli titoli del Ftse Mib già in portafoglio, crediamo sia abbastanza.

Baselli: Voi mettete l’accento sulla poca diversificazione geografica offerta dai Pir e sul rischio legato alla presenza di aziende di piccole dimensioni. Si potrebbe obiettare che un investitore possa tranquillamente dedicare solo una parte del proprio portafoglio a un Pir e che la natura di medio/lungo periodo di questo strumento, quindi del vincolo quinquennale, mitighi il rischio volatilità.

Rocchetti: È verissimo, infatti ci staprendere in considerazione i Pir, ma solo su alcuni portafogli già ben diversificati e bilanciati, con i giusti pesi, molto limitati. Borsa Italiana è l’1% della Borsa mondiale e il segmento Star delle medie imprese è addirittura un ventesimo di Borsa Italiana stessa. Questa magari è noto agli addetti ai lavori, un po’ meno ai clienti con cui ci interfacciamo quotidianamente.

Venendo al vincolo quinquennale, siamo i primi a promuovere l’investimento a medio-lungo termine, però preferiamo che siano i clienti stessi a poter decidere liberamente senza vincoli quando uscire dal proprio investimento. Inoltre, il grosso del vantaggio fiscale il Pir lo offre quando il mercato è in positivo, quando c’è una plusvalenza, ma i clienti tendono a disinvestire quando le cose vanno male, quindi anche questo vincolo potrebbe non avere così efficacia in certi casi.

Per tutti questi motivi, preferiamo non inserire all’interno della nostra gestione patrimoniale questi strumenti.

Baselli: Se aveste il potere di cambiare alcune caratteristiche dei Pir, quali sarebbero? Si parla molto dei costi e della trasparenza ad esempio.

Rocchetti: Anche il nome, perché può creare confusione secondo me. I costi vanno sempre tenuti in considerazione quando si fa un investimento, in particolar modo in questo caso, perché potrebbero annullare il beneficio fiscale. Poi, fa benissimo il governo a sostenere e incentivare l’investimento nella piccola e media impresa italiana, che è la base della nostra economia, ma dall’altra parte dovrebbe anche incentivare il risparmio consapevole e l’educazione finanziaria in Italia. Siamo convinti che l’investitore dovrebbe destinare gran parte dei propri risparmi in strumenti molto diversificati come gli Oicr armonizzati, quali i fondi comuni d’investimento e soprattutto gli Etf, che sono trasparenti, economici e quotati. 

Baselli: Per concludere, quali alternative hanno gli investitori per investire nell’economia reale?

Rocchetti: Una soluzione la offrono i mini bond, che sono un buon metodo per finanziare specifici progetti della piccola-media impresa italiana. Poi per i retail rimane poco, ci sono i peer-to-peer lending e il crowdfunding, che sono più che altro sviluppati nel Regno Unito, ma che funzionano abbastanza bene e confidiamo che possano farlo anche qua da noi in futuro.

Baselli: Perfetto, grazie mille ad Andrea Rocchetti.

Rocchetti: Grazie a voi.

Baselli: Per Morningstar, Valerio Baselli, grazie per l’attenzione.

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Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

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Info autore

Valerio Baselli

Valerio Baselli  è Giornalista di Morningstar.