Nessuno tocchi la Cina

L’intervento di Pechino per sostenere i corsi delle piazze del paese asiatico non piace agli operatori che la considerano un’ingerenza pericolosa. Non sembrano esserci rischi per l’economia, ma la Tigre ha perso smalto. 

Marco Caprotti 29/07/2015 | 10:39

Giù le mani dal mercato azionario cinese. Mentre i listini mondiali applaudono ai tentativi delle autorità di Pechino di fermare il sell off sulle piazze della regione, i gestori di fondi specializzati sul paese del Drago si irritano e chiedono che lo stato faccia un passo indietro. La Cina è intervenuta in Borsa dopo che le vendite sui listini locali fra metà giugno e inizio luglio avevano bruciato il 30% del loro valore. Le autorità hanno reagito con una serie di misure volte a stabilizzare il mercato, tra cui tagli dei tassi d'interesse e dei coefficienti di riserva obbligatoria, la sospensione delle Ipo (che riducono la liquidità del mercato), il divieto ai maggiori azionisti di vendere i loro investimenti per sei mesi, l'imposizione di limitazioni alle vendite allo scoperto e l'incoraggiamento a banche, società di intermediazione e compagnie assicurative ad acquistare azioni.

L’intervento più deciso è giunto dalla Banca centrale cinese, che si è impegnata a fornire “abbondante liquidità” e a proteggere il paese dai rischi sistemici e regionali. Tutto sembrava essere tornato alla normalità fino a quando, nei giorni scorsi, non si è sparsa la notizia che Pechino avrebbe tolto l’aiuto all’equity. A poco sono valse le rassicurazioni arrivate da Zhang Xiaojun, portavoce della China Securities Finance Corporation (l'agenzia statale che per conto della Banca centrale cinese inietta liquidità nel mercato azionario locale). Il funzionario ha spiegato in una nota che il sostegno all'azionario non è stato ritirato e che l'agenzia continuerà i suoi sforzi volti a stabilizzare il mercato e l'umore degli investitori e a prevenire rischi sistemici.

“Non ci piace che il governo intervenga sui mercati e non vogliamo che questi vengano manipolati”, spiega David Park, gestore di Carmignac Emergent Fonds. “E’ un segnale di non investire in quelle piazze perché la loro direzione non è più determinata da un rapporto efficiente fra domanda e offerta”. Sulla stessa lunghezza d’onda Wim-Hein Pals, responsabile dell’azionario mercati emergenti di Robeco. “In linea di massima non ci piacciono le ingerenze sulle Borse, spiega. “Le misure cinesi non sono buone per lo sviluppo dei mercati di capitali del paese”.

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Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.

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