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2014, ritorno ai fondi italiani

Gli esteri continuano a fare la parte del leone, ma i risparmiatori si fanno attrarre dai prodotti a cedola Made in Italy. La sfida è far fluire questa risorsa verso l’economia reale. L’inasprimento della tassazione va contro l’investimento di lungo termine.

Sara Silano 29/12/2014 | 14:36
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L’industria italiana dei fondi celebra i 30 anni di vita con una raccolta record. Secondo le statistiche di Assogestioni i soli domiciliati hanno avuto flussi netti per 31,5 miliardi di euro, mentre quelli di diritto estero hanno sfiorato i 50 miliardi (dati a fine novembre 2014). Il patrimonio complessivo si è attestato a 675,79 miliardi, di cui il 30,5% fa capo agli italiani e il 69,5% agli esteri.

Sgr al top per raccolta
Le prime tre case di investimento domestiche, in base ai flussi netti stimati da Morningstar, sono Eurizon Capital Sgr, Anima e Pioneer Investment Management Sgr. In termini di prodotti, hanno fatto il pieno i fondi a cedola o a formula, caratterizzati da una scadenza e dalla distribuzione di un dividendo. In particolare, hanno spinto su questi strumenti la società di gestione del gruppo Intesa Sanpaolo, Aletti Gestielle (quarta sgr per raccolta) e Anima, mentre la raccolta di Pioneer IM è stata generata in gran parte dai comparti obbligazionari flessibili e bilanciati.

Le reti captive (sportelli bancari) hanno dato un grande contributo al risparmio gestito. Si è invertita, infatti, la tendenza che ha caratterizzato tutto il periodo della crisi, di forti riscatti sui fondi a vantaggio di altri prodotti di investimento ed assicurativi e sono tornate a prevalere le sottoscrizioni sulle fuoriuscite. La ripresa dei fondi domestici è coincisa con il declino delle vendite di obbligazioni bancarie. Continuano, invece, ad avere un ruolo importante le reti di promotori finanziari, grazie alle quali l’industria dei fondi (soprattutto quella estera) è riuscita a contenere i forti deflussi degli anni bui.

Patrimonio record
Nel 2014, il risparmio gestito ha viaggiato su binari separati rispetto all’economia. Mentre sono sfumate le speranze di una ripresa, con il Pil (Prodotto interno lordo) che è rimasto a livelli di gran lunga inferiori a quelli precedenti la crisi finanziaria, il patrimonio complessivo (gestioni collettive e di portafoglio) affidato alle case di investimento è cresciuto al livello record di 1.563,51 miliardi (dati Assogestioni al 30 novembre). Non a caso uno dei temi caldi è stato (e probabilmente sarà ancora nel 2015) come far sì che fluisca verso il sistema produttivo per dare un po’ di ossigeno alla congiuntura. Come ha detto Santo Borsellino, vice presidente di Assogestioni e Ceo di Generali Investments Europe neo corso della Morningstar Investment conference di novembre, l’industria del gestito appare il “partner” ideale per fare incontrare risparmio di lungo termine (in fondi comuni o pensione) con gli investimenti necessari alle imprese per tornare competitive.

Risparmio verso l’economia reale
La strada è ancora lunga e passa, tra l’altro, attraverso l’innovazione e l’introduzione di prodotti che permettano l’accesso al mercato dei capitali a entità, come le piccole e medie imprese, che costituiscono il tessuto produttivo, ma hanno difficoltà di accedervi. La crisi finanziaria e la recessione hanno reso sempre più urgente la ricerca da parte delle aziende di canali di finanziamento differenti da quello tradizionale bancario. La direzione che sarà presa dipende anche dall’evoluzione della normativa, in particolare dei suoi più recenti sviluppi, quali la ricezione della direttiva europea Aifm sui gestori di fondi alternativi e la recente proposta sui fondi europei a lungo termine.

Fondi in Borsa
Il 2014 sarà, però, ricordato anche per la quotazione dei fondi, possibile su un segmento dedicato di Borsa italiana dal 1° dicembre. Per il momento si sono mosse le società più piccole e indipendenti e alcune estere, che generalmente hanno pochi accordi distributivi. Molte sembrano, invece, stare alla finestra a vedere come si muoveranno gli intermediari. La quotazione dei fondi affonda le sue radici nell’esigenza di dematerializzare le quote, un procedimento già seguito per altri strumenti finanziari, passati dalla carta a “scritture contabili su un registro elettronico”. E’ anche in linea con gli indirizzi normativi per vietare le commissioni di retrocessione (con questo termine si intende la convenzione in virtù della quale il collocatore di un fondo beneficia della retrocessione parziale delle commissioni di gestione da parte della sgr), che sono il cardine del sistema distributivo italiano, ma sono state bandite in altri Paesi esteri.

Non solo fondi
Il 2014 è stato un anno positivo per tutta l’industria del risparmio gestito, non solo per i fondi. Secondo la Mappa mensile di novembre di Assogestioni, i flussi totali sono stati positivi  per 119,7 miliardi nei primi undici mesi e il patrimonio complessivo ha toccato i 1.563 miliardi di euro. Di questo, il 46% è in fondi e il 54% in gestioni di portafoglio, soprattutto istituzionali.

L’aliquota aumenta
Il risparmio è una risorsa preziosa a cui gli italiani non vogliono rinunciare, nonostante l’inasprimento fiscale, che dal 1° luglio ha portato la tassazione sulle rendite finanziarie al 26% (esclusi i titoli di Stato ed equiparabili che sono rimasti al 12,5%). Di fatto, nel giro di due anni l’imposizione è più che raddoppiata (il primo scatto nel 2012 era stato dal 12,5 al 20%). L’inasprimento ha toccato anche i fondi pensione: nella Legge di Stabilità, infatti, è previsto l’aumento dall’11,5 al 20% dell’aliquota sui rendimenti annui (con un credito d’imposta se investiranno in progetti infrastrutturali), il che accresce il divario rispetto agli altri paesi europei che, al contrario, agevolano il risparmio a fini previdenziali e più in generale quello a lungo termine.

Scorta per tempi difficili
Il risparmio, come emerge dall’edizione autunnale dell’Osservatorio Anima Gfk (rilevazione condotta in ottobre su 1.080 persone, rappresentative dei 39 milioni di italiani maggiorenni che hanno un conto corrente), è utilizzato per costruire una “scorta” da utilizzare in tempi difficili, in un clima di maggiore incertezza per il futuro, che porta a tagliare le spese. Non è un caso, che le caratteristiche che più si chiedono ai prodotti finanziari sono protezione del capitale e garanzia del rendimento.

Cambio di marcia
Il rischio è che il risparmio rimanga improduttivo e fine a se stesso, senza giungere all’economia reale. Perché ciò non accada, occorre che sia adeguatamente valorizzato a tutti i livelli, da chi lo gestisce a chi lo intermedia, fino ai legislatori, che dovrebbero invertire il senso di marcia incentivando quello di lungo termine e favorendone il flusso verso il tessuto produttivo.

Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

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Info autore

Sara Silano

Sara Silano  è caporedattore di Morningstar in Italia