I giovani non vanno in banca con Facebook

I ventenni e trentenni considerano normale essere contattati da marchi di largo consumo attraverso i social media, ma sono “infastiditi” se a farlo è un istituto di credito o una compagnia assicurativa. Lo rivela un’indagine internazionale.

Sara Silano 18/09/2014 | 11:07
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Care banche e compagnie assicurative, se pensate che il miglior modo per conquistare i giovani siano Facebook e Twitter, siete fuori strada. A rivelarlo è un’indagine dal titolo The Generation Game: Savings for the New Millennial, condotta da BNY Mellon e dalla Saïd Business School dell’Università di Oxford, su un campione internazionale di 1.178 giovani nati dopo il 1980 (la cosiddetta generazione millennial).

Meglio mail e incontri diretti
Lo studio mostra che meno dell’1% del campione vorrebbe essere contattato dalle società di servizi finanziari attraverso i social media. Molti giovani intervistati hanno detto che gli assicuratori che provano a raggiungerli tramite Facebook e simili sembrano “sciocchi, ipocriti e fastidiosi”. Il 40% dice di preferire i siti web o la mail, il 23% l’incontro diretto e il 18% il telefono. Shayantan Rahman, responsabile della ricerca e studente di Economia e Management presso la Saïd Business School, afferma: “Mi colpisce in particolare il fatto che i millennial ritengano normale essere contattati da marchi di largo consumo attraverso i social media, ma non vogliano che le società di servizi finanziari facciano la stessa cosa”. Facebook e Twitter sono considerati strumenti per interagire con gli amici, ma che possono minare la credibilità di una banca o di un’assicurazione. Insomma, questa generazione non vuole che si instauri un rapporto confidenziale, ma chiedono piuttosto professionalità nella relazione.

I risultati dell’indagine sono in contrasto con recenti studi, secondo i quali i social media acquisiranno un ruolo sempre più importante nella gestione del risparmio, come strumenti per promuovere il brand e i prodotti, nonché per fare educazione finanziaria agli investitori finali e sostituire le più costose relazioni fisiche.

Genitori, buoni consiglieri
Lo studio, che ha indagato su quali sono le priorità per i risparmiatori, l’attitudine nei confronti della previdenza complementare e le aspettative verso le istituzioni finanziarie, rivela che è in aumento la distanza tra queste ultime e i millennial. Il canale di comunicazione è sicuramente importante, ma lo è altrettanto il contenuto della relazione. E’ significativo che il 52% degli intervistati preferisce chiedere consigli finanziari ai genitori, contro il 24% che dichiara di volersi rivolgere a una banca e il 2,8% a una compagnia assicurativa. I promotori finanziari, invece, si collocano al terzo posto, con il 16% del campione che li considera un riferimento.

Previdenza, sconosciuta
La distanza tra società di servizi finanziari e giovani è ampia. Il 59% degli intervistati dice di non conoscere i prodotti studiati per la propria fascia d’età e un individuo su due non sa come funziona il sistema previdenziale. Risparmiare per la pensione è un obiettivo con una bassa priorità, mentre casa, viaggi e istruzione occupano le prime posizioni. “Gli agenti di assicurazione e gli altri fornitori di servizi finanziari devono raggiungere i millennial in altri modi”, commenta Vincent Pacilio, responsabile globale per i prodotti assicurativi di BNY Mellon. “Nel breve termine, dovrebbero identificare i millennial come un target distinto per le attività di marketing e fornire ai genitori i giusti strumenti per offrire consigli utili ai figli. Nel lungo periodo sarà necessario pensare a piani di risparmio innovativi, incentivati fiscalmente, che non guardino solo alla pensione ma a diversi momenti difficili nella vita dei risparmiatori”.

Rapporti generazionali
I nati tra il 1980 e il 1995 sono una generazione molto più tecnologica delle precedenti, ma anche quelli che sono entrati nel mondo del lavoro nel periodo della crisi economica e finanziaria iniziata nel 2007. Rappresentano una sfida non solo per le istituzioni finanziarie, ma per le aziende, perché, come spiegano gli esperti, mettono al primo posto se stessi e questo può essere positivo se si traduce in una forte dedizione al lavoro e nell’essere caparbi nel raggiungere gli obiettivi, ma può anche essere negativo perché sono incorreggibili e non accettano di essere ripresi con toni duri. Secondo uno studio di Deloitte su 7.800 millennial in 28 paesi, il 70% dei futuri leader potrebbe “rigettare” l’organizzazione attuale delle imprese, preferendo un lavoro indipendente. Il 78%, inoltre, dice che un criterio fondamentale nella scelta dell’occupazione è il grado di innovazione dell’azienda e il 68% è convinto che il comportamento del management è un forte ostacolo in questo senso. Non è un caso che molte società americane hanno assunto esperti che li aiutino nel rapporto con questa generazione.

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Info autore

Sara Silano

Sara Silano  è caporedattore di Morningstar in Italia