Si scrive Cina, si legge buy opportunity

La debolezza della prima economia emergente del mondo è solo una fase passeggera. Pechino sta mettendo in campo le riforme necessarie per tornare a crescere. Meglio approfittare delle valutazioni. 

Marco Caprotti 04/03/2014 | 14:55
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Non liberatevi della Cina. Anzi, dicono gli analisti, dal punto di vista operativo la fase di crisi della prima economia emergente del mondo si sta trasformando in una buona opportunità di acquisto. Certo, a prima vista i problemi non mancano. Gli ultimi dati sulla produzione manifatturiera comunicati da Pechino hanno evidenziato il primo calo a gennaio da sei mesi a questa parte. La crescita del Pil (Prodotto interno lordo) del paese, tra l’altro (+7,7% nel 2013, stesso livello del 2012) si è attestata ai minimi degli ultimi 13 anni.

Allarme oro
Un altro segnale d’allarme è stato suonato dall’oro. La Cina, infatti, è diventata - per la prima volta - il principale consumatore mondiale di metallo giallo scalzando l’India. Secondo quanto emerge da un rapporto pubblicato nelle settimane scorse dal World Gold Council (Wgc), la domanda di oro fisico ha toccato il nuovo record di 1.065,8 tonnellate, con un aumento del 32% sull’anno precedente mentre la domanda dell’India è salita solo del 13% a 974,8 tonnellate. Una leadership, quella cinese, destinata a rimanere per lungo tempo anche perché, secondo gli esperti del Wgc, attualmente nel paese ci sono circa 300 tonnellate di oro “non classificate”, in quanto ancora nel processo della filiera approvvigionamento-consegna. “Il recente rimbalzo del prezzo del metallo giallo è dovuto in parte agli investimenti da parte dei ricchi cinesi che cercano di proteggere i propri capitali”, spiega Emma Wall, analista di Morningstar. “E di certo non è un bel segnale”.

Dove nasce la crisi
Alla base di tutte queste preoccupazioni c’è una crisi finanziaria che ha le sue radici nel sistema bancario. Il comparto finanziario negli ultimi anni ha aperto in maniera indiscriminata i rubinetti del credito offrendo prestiti alle famiglie e alle aziende a prezzi sempre più competitivi. Una strategia che da una parte ha dato alimento alla crescita del paese ma, dall’altro, ha ridotto i margini di guadagno.

Il risultato è che il sistema bancario cinese oggi è sottocapitalizzato e potrebbe uscire con le ossa rotte da una crisi finanziaria come quella sperimentata dall’occidente. Un’evoluzione che avrebbe effetti negativi sul resto degli emerging market tanto quanto su quelli developed per cui il Paese del Drago è diventato uno sbocco vitale. Ce ne sarebbe abbastanza per far scappare a gambe levate gli operatori. In realtà gli investimenti stranieri nel paese negli ultimi 12 mesi (fino a gennaio 2014) sono cresciuti del 16,1%.

Le preoccupazioni sul sistema finanziario cinese sono fondate”, continua Wall. “Basti pensare che alcuni investitori hanno spostato i loro soldi dalle banche cinesi a quelle dell’Ungheria, un paese che, grazie alla riforme economiche, è passato da una situazione di deficit commerciale a una di surplus. Insomma, molti operatori sembrano non dare abbastanza credito ai processi di riforma iniziati dalla nuova classe politica cinese. Il governo ha detto chiaramente che intende rimediare agli eccessi che si sono creati nell’economia. E in passato il paese ha sempre dimostrato di saper controllare le situazioni difficili”.

Dal punto di vista operativo, i diversi mercati che formano l’universo Cina nel 2013 hanno sottoperformato quelli dei paesi sviluppati e ora hanno livelli di entrata molto interessanti. L’importante, però è tenere il sangue freddo. “La Cina deve fare progressi anche dal punto di vista politico. Il cammino, tuttavia, non sarà facile e questo potrebbe portare ulteriore volatilità sui mercati. Non ci attendiamo tensioni come in altri paesi alle prese con importanti cambiamenti sociali, economici e politici. I cinesi sapranno essere pazienti, soprattutto finché vedranno crescere i loro redditi.

Le azioni cinesi
Prima di lanciarsi sull’equity cinese è bene avere un’idea più chiara del mercato. Le azioni sono divise in diversi segmenti alcuni dei quali non sono accessibili ai privati stranieri. La scelta, tuttavia, è buona.

Azioni A: questa tipologia di azioni, scambiata sulle Borse di Shanghai e Shenzhen in renminbi, è prevalentemente riservata a investitori cinesi, fatta eccezione per alcuni grandi investitori istituzionali qualificati (di solito i grandi fondi di investimento).

Azioni B: consentono anche a soggetti stranieri che utilizzano valuta estera di investire direttamente in Cina. Queste sono disponibili sia nella Borsa di Shanghai (in dollari Usa) che in quella di Shenzhen (in dollari di Hong Kong). La maggior parte delle società cinesi preferisce tuttavia non quotare azioni B poiché la loro registrazione prevede una procedura piuttosto complessa.

Azioni H: sono quotate a Hong Kong e vengono scambiate in dollari di Hong Kong.

Le azioni di tipo S, J e L sono quotate rispettivamente a Singapore, Tokyo e Londra.

Red chip: sono società statali costituite fuori dalla Cina continentale e scambiate sulla Borsa di Hong Kong.

P chip: sono società cinesi costituite in determinate giurisdizioni estere (Isole Cayman, Bermuda) e scambiate a Hong Kong.

Una via comoda per gli investitori retail sono le società cinesi quotate negli Stati Uniti. Altre alternative per accedere al mercato cinese sono rappresentate dai certificati American Depository Receipt (Adr) e dalle Equity Linked Note1 (prodotti di investimento a breve termine che prevedono un’opzione put sui titoli cinesi).

Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

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Info autore

Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.

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