Asia emergente, un gioco a tre

Il 70% dell’indice Msci Asia ex-Japan è dedicato a tre paesi: Cina, Sud Corea e Taiwan. L’ex celeste impero è la locomotiva economica; Seul mostra i muscoli sui mercati internazionali e Taiwan punta sulla domanda interna.

Valerio Baselli 18/03/2013 | 10:30
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Negli indici dell’Asia ci sono pochi emergenti. L’Msci Asia ex-Japan, il principale benchmark, è composto da oltre 500 titoli quotati in dieci diversi paesi. Tuttavia, il 70% circa della capitalizzazione è dedicato a tre nazioni, che sono ad una fase avanzata del loro sviluppo. La Cina (Hong Kong compresa) conta il 36% dell’indice, la Corea del sud pesa il 20% e Taiwan il 14,2%. Per il resto, si va dall’8,8% dell’India all’1,37% delle Filippine. In mezzo si trovano Singapore, Malesia, Indonesia e Thailandia.

Questo benchmark non va confuso con l’Msci Asia-Pacific ex Japan, che ha come principali componenti Australia, Hong Kong, Singapore e Nuova Zelanda.

La locomotiva cinese continua a correre
Pechino vive un periodo di transizione. La nuova classe dirigente avrà il compito di non perdere la strada della crescita, sempre robusta ma in frenata negli ultimi anni (7,8% nel 2012, contro il 9,3% del 2011 e il 10,4% del 2010), e di trasformare il paese in un’economia basata più sui consumi interni che sugli investimenti fissi e sulle esportazioni com’è attualmente. Ciò nonostante, Il Ministero del commercio cinese preveda una crescita del commercio con l’estero intorno all’8% per il 2013, sostenendolo con rimborsi fiscali, crediti e assicurazioni all’esportazione più vantaggiosi. Questo è un modo per rispondere alla più debole domanda proveniente dalla zona euro e dagli Usa.

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Valerio Baselli

Valerio Baselli  è Giornalista di Morningstar.

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