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Quanto costano (in tutto) i fondi all’investitore

La commissione di gestione è solo una delle componenti di spesa. Ci sono, poi, altre voci tra cui le fee di incentivo e quelle per la negoziazione dei titoli. Mifid 2 impone maggior trasparenza e le novità sul fronte normativo non sono finite. Intanto, Morningstar ha mappato i comparti europei e ha scoperto che il conto può essere molto salato.

Sara Silano 29/04/2019 | 11:03

Pochi risparmiatori lo sanno, molti non se lo domandano; eppure quanto spendono per i loro investimenti è l’altra faccia di quello che ottengono, ossia dei rendimenti. La normativa Mifid 2 ha introdotto l’obbligo per le banche e le reti di consulenti finanziari di inviare un rendiconto dei costi ex post. Per il momento, tuttavia, si contano sulle dita di una mano gli intermediari che l’hanno già fatto con riferimento ai dati 2018.

Il documento, comunque, dovrà arrivare e gli investitori farebbero bene a guardarlo con attenzione. La normativa, infatti, prevede che gli intermediari illustrino nel dettaglio le spese sostenute realmente, non solo in percentuale, ma in valore assoluto, suddivise per prodotti e servizi (vedi le tabelle 1 e 2 dell’allegato 2 del Regolamento delegato della Commissione europea, che integra la direttiva 2014/65/UE).

Le voci di costo
Non esistono, tuttavia, standard condivisi per la rappresentazione di questi costi, per cui può essere difficile orientarsi. Alcune voci di spesa sono più familiari, come ad esempio la commissione di ingresso, di uscita o di gestione; altre meno. Con riferimento agli strumenti finanziari si pensi ad esempio ai costi di transazione, ossia quelli per la compravendita dei titoli, o alle fee di incentivo. D’altra parte, non è stato facile fino ad oggi comprendere il reale costo dell’investimento, dal momento che la normativa Ucits prevede solo la pubblicazione nella rendicontazione contabile (relazione annuale e semestrale) redatta per ciascun Oicr (Organismo di investimento collettivo del risparmio).

Cosa prevede il Regolamento sui Priips
In futuro, a beneficio di una maggiore trasparenza, arriverà anche il Regolamento europeo sui Priips (n. 2014/1286), acronimo di Packaged retail investment and insurance-based investments products (prodotti di investimento al dettaglio e assicurativi pre-assemblati), la cui applicazione per i fondi è stata posticipata al 2022. Tale normativa prevede che nel documento-chiave per gli investitori (KID) ci sia una specifica sezione dedicata ai costi, che dovrebbe comprendere due tabelle: una che illustra l’impatto dei costi sull’investimento nel tempo e l’altra che fornisce l’entità delle singole tipologie di costo computate su base annuale.

Il Regolamento sui Priips introduce anche un indicatore sintetico di costo, il cosiddetto reduction in yield (RIY), con l’obiettivo di rappresentare l’impatto delle commissioni in termini di riduzione del rendimento. Tale misura dovrebbe includere non solo i costi ricorrenti, ma anche quelli una tantum (ad esempio le commissioni di ingresso).

Il costo rappresentativo
Per dare un’idea all’investitore dello scenario che si apre se assumiamo una visione più completa dei costi che sostiene acquistando un fondo, Morningstar ha introdotto nell’agosto 2018 un indicatore denominato “representative cost”, che racchiude le spese ricorrenti di ciascun comparto e viene espresso in percentuale rispetto al patrimonio. Viene calcolato su base mensile in due versioni, una include i costi di transazione; l’altra li esclude. Entrambe comprendono le spese correnti e le performance fee.

Un’analisi realizzata da Ali Masarwah, senior editor di Morningstar, su 35 mila fondi comuni europei (è stata considerata solo la classe più anziana per ciascuno di essi) ha rivelato che il costo per gli investitori può essere molto più salato quando si sposta il focus dalla commissione di gestione alla rappresentazione completa degli oneri. (Per la metodologia di analisi clicca qui).

I costi rappresentativi dei fondi europei distinti per strategie attive e passive

I fondi azionari attivi
Per comprendere le differenze, guardiamo, ad esempio, i fondi azionari attivi. “La commissione di gestione media è dell’1,32%”, spiega Masarwah. “Ma le spese correnti (che includono anche altre voci come i costi di amministrazione e custodia) sono vicine all’1,7%. Dobbiamo poi aggiungere le performance fee (0,17%) e arriviamo a un costo rappresentativo dell’1,72% senza gli oneri di transazione e dell’1,9% medio includendoli. In pratica, il conto finale per il risparmiatore è del 45% circa superiore alla management fee”. Per le strategie equity passive, lo scostamento è decisamente più basso.

Gli obbligazionari
Un discorso analogo vale per gli obbligazionari. Gli attivi hanno una commissione di gestione media dello 0,74%, ma il costo complessivo calcolato da Morningstar (representative cost) si avvicina all’1,1%. Questo valore è quattro volte superiore a quello degli index fund. Il dato fa riflettere se si considera la difficoltà dei gestori a generare rendimento durante questa lunga fase di tassi di interesse bassi o negativi.

Bilanciati e alternativi
Tra i bilanciati, il conto è reso salato dalle spese di negoziazione titoli e dalle commissioni di performance, che portano l’esborso complessivo medio per le strategie attive all’1,83%. Ma la tipologia di strumenti in assoluto più cara è quella degli alternativi. Il costo rappresentativo, includendo gli oneri di transazione, supera il 2,2%, più del doppio rispetto alla management fee. Una percentuale davvero elevata se si considera che questi prodotti devono ancora dimostrare tutto il loro potenziale, dato che la maggior parte è stata lanciata negli ultimi anni. In uno studio dal titolo Cross-border Liquide alternative landscape 2019. A fast-growing asset class still needing to prove its worth, gli analisti di Morningstar, Francesco Paganelli e Matias Möttölä, commentano: “Per molte strategie, il vero banco di prova è stato il 2018 ed è stato davvero sfidante, dato che quasi tutti gli indici sono scesi, lasciando pochi angoli in cui ‘nascondersi’ e poter trarre vantaggio dai benefici della diversificazione. L’anno scorso, l’83% ha chiuso in rosso e, nonostante l’obiettivo di ritorno assoluto, un terzo dell’offerta ha sofferto perdite superiori al 6%” (Leggi una sintesi dello studio qui).

L'analisi è stata realizzata con la piattaforma per professionisti finanziari, Morningstar Direct. Clicca qui per saperne di più sulle sue funzionalità.

Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

Info autore

Sara Silano

Sara Silano  è caporedattore di Morningstar in Italia

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