Perché l’investitore compra senza guardare i costi

Hanno provato a rispondere due studi, uno condotto negli Stati Uniti a cui ha partecipato anche il team di scienze comportamentali di Morningstar; l’altro in Inghilterra.

Sara Silano 19/07/2018 | 09:35

Mi è capitato di vedere in alcuni negozi di scarpe e abbigliamento annunci del tipo: “Per la prova del prodotto, il costo è di 5 euro in caso di mancato acquisto”. E’ la risposta dei commercianti alle piattaforme online dove si può comprare a prezzi inferiori. Quando dobbiamo acquistare un vestito o un altro bene siamo solitamente piuttosto attenti a cercare l’offerta migliore. Accade anche negli investimenti?

Due ricerche condotte in regioni diverse del mondo giungono alla stessa conclusione: i risparmiatori non sono del tutto consapevoli di quello che pagano per sottoscrivere i fondi. Le conseguenze possono essere potenzialmente molto serie, perché, come hanno dimostrato molti studi, i costi sono uno dei fattori più potenti per prevedere le performance future.

Le due indagini, riportate da Morningstar Magazine (edizione giugno-luglio), sono state condotte rispettivamente dal team di scienze comportamentali di Morningstar con il National Opinion research center dell’Università di Chicago e dalla Financial conduct authority (Fca), l’autorità di vigilanza inglese.

Quando vince il sovra-costo
Il primo studio, dal titolo Why do people invest in overpriced index fund and can behavioural nudges help?, è stato condotto su un campione di 3 mila americani a cui sono stati dati ipoteticamente 10 mila dollari ed è stato detto che potevano scegliere tra tre Exchange traded fund (Etf) sull’S&P500 (i nomi erano nascosti per evitare interferenze). Tra di essi l’unica differenza era il costo. “La scelta ottimale sarebbe stato il meno caro”, scrive Steve Wendel, responsabile del team di behavioral science di Morningstar. “Invece, solo il 42% del campione lo ha selezionato e il 27% ha optato per il più caro. Abbiamo quindi sperimentato tre modi per alzare il livello di attenzione sulle commissioni: mostrarle in termini assoluti e non in percentuale, indicando i rendimenti annuali anziché cumulativi e riformulando la domanda iniziale. Le prime due modalità non hanno fatto emergere cambiamenti significativi; la terza sì. Anziché dire: “Investi come vuoi”, è stato chiesto di “Scegliere un Etf per tutti i propri soldi” e questo ha determinato una diminuzione del 7% della percentuale che ha indicato l’opzione più costosa”.

… e quando la commissione non si vede
Il secondo studio, intitolato: Now you see it: drawing attention to changes in asset management industry” ha coinvolto mille individui senza un consulente finanziario ed è stato condotto su una piattaforma online dove potevano scegliere tra fondi azionari attivi inglesi. I ricercatori hanno abbinato comparti simili tra loro che differivano solo per il costo. “Nonostante una chiara rappresentazione delle commissioni, il 27,2% ha optato per il prodotto più caro”, spiega Wendel. “Ma quando gli intervistati sono stati invitati a guardare con attenzione il materiale informativo, comprese le spese, la percentuale è scesa del 6,2%. Infine, un più esplicito e diretto riferimento alle fee ha provocato un ulteriore calo del 10,5%, un valore statisticamente e concretamente significativo”.

La diversificazione naif
Sebbene gli investitori non siano normalmente attenti ai costi dei prodotti finanziari, le due analisi mostrano che è possibile aumentare la loro sensibilità verso questo fattore. Come spiega Wendel, prendere decisioni su come allocare i propri risparmi richiede valutazioni complesse e articolate, per cui si tende a imboccare delle scorciatoie. Una di queste viene definita la “diversificazione naif”: per non avere “tutte le uova nello stesso paniere” si alloca il denaro in tutte le opzioni a disposizione nella convinzione di ridurre il rischio complessivo. Così, si finisce per pagare molto di più a discapito delle performance.

Lunga vita al caro-fondo?
Se gli investitori sono così disattenti, le società di gestione che praticano commissioni ingiustificate possono dormire sonni tranquilli? Non proprio. In primo luogo, la crescente competizione obbliga a rivedere le politiche di prezzo. In secondo luogo, le normative, Mifid II inclusa, impongono maggiore trasparenza e le autorità di vigilanza sono sempre più attente al fenomeno dei closet tracker (i fondi finti attivi). Dal punto di vista degli investitori, conclude Wendel, “disclosure e riduzione delle commissioni sono necessarie, ma non sufficienti per far sì che si presti attenzione ai costi.  E’ importante, infatti, l’ecosistema all’interno del quale avviene il processo decisionale, che comprende i consulenti finanziari, i regolatori, i supervisori e le società di ricerca, ciascuno per la sua parte e con le giuste modalità”.

Visita il mini-sito Morningstar dedicato a MIFID II.

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Info autore Sara Silano

Sara Silano  è caporedattore di Morningstar in Italia