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Millennials, la pensione non è un miraggio

La maggioranza delle persone tra i 20 e i 35 anni è consapevole del fatto che l’assegno pubblico non sarà sufficiente una volta che finirà l’età lavorativa, eppure pochissimi giovani investono in strumenti previdenziali. La chiave è il tempo.

Valerio Baselli 07/10/2016 | 11:26

Quando si ha tra i venti e trent’anni si hanno tanti progetti in testa e la pensione, di solito, non ne fa parte. Comprensibile, ma non auspicabile. La generazione del millennials, infatti, dovrà prima o poi fare i conti con la (misera) realtà della previdenza pubblica.

Il Censis stima che il 65% dei giovani occupati dipendenti di oggi in Italia, ovvero due su tre, avrà una pensione sotto i mille euro, pur con avanzamenti di carriera medi assimilabili a quelli delle generazioni che li hanno preceduti, considerando l’abbassamento dei tassi di sostituzione. E la previsione riguarda i più «fortunati», cioè i 3,4 milioni di giovani oggi ben inseriti nel mercato del lavoro, con contratti standard. Poi ci sono altri 890 mila giovani autonomi o con contratti di collaborazione e quasi 2,3 milioni di ragazzi che non studiano né lavorano, che avranno ancora meno. 

La tematica non riguarda certo solo l’Italia, ma la gran parte del mondo occidentale. I millennials (cioè le persone che oggi hanno tra 20 e 35 anni), comunque, sono tutto fuorché impreparati. Secondo un recente sondaggio a cura di Charles Schwab, la prima preoccupazione finanziaria di questa generazione è proprio la vita post-lavorativa. Più della metà è infatti convinta che la sua pensione non supererà il 50% del reddito da lavoro.

Poche azioni concrete
Se però da un lato i giovani sono consapevoli del fatto che non potranno contare sullo stesso trattamento previdenziale riservato ai propri genitori (i cosiddetti baby boomers), dall’altro si mostrano molto sfiduciati riguardo le loro capacità di potersi costruire una pensione di scorta.

Un recente studio a cura di Wells Fargo sostiene che il 41% dei millennials non ha ancora cominciato a risparmiare per la pensione. Il 64% di questi afferma che non guadagna abbastanza per poter permettersi di rinunciare a una parte del proprio salario oggi per qualcosa che avverrà tra 40 anni. E, secondo l’analisi, le percentuali aumentano se si prendono in considerazione solo le donne. In Italia, in base ai dati della Covip, solo il 16% delle forze di lavoro con meno di 35 anni è iscritto a una forma pensionistica complementare.

La risorsa più preziosa: il tempo
Eppure, non tutto sembra essere perduto. Riuscire a mettere da parte anche solo una piccola parte delle proprie entrate già da giovani può fare la differenza. “In realtà i millennials risparmiano, anche quelli con meno risorse, ma lo fanno con altri obiettivi, su tutti, la casa, e spesso attraverso strumenti inefficienti, come il fatto di lasciare semplicemente i soldi in banca”, afferma Tony Stenning, responsabile investimenti previdenziali di BlackRock, recentemente intervistato da Morningstar. “Il problema vero è che non fanno leva sull’unica cosa su cui possono abbondantemente contare: il tempo. Come diceva Einstein, bisogna sfruttare la forza dell’interesse composto, anche se la somma iniziale è minima”. E poi, il fatto di avere a disposizione davanti a sé 30 o 40 anni di tempo, consente di non doversi troppo preoccupare della volatilità di mercato. “Inoltre, chi può, dovrebbe assolutamente sfruttare quei prodotti che offrono anche il contributo datoriale (in Italia, i fondi pensione negoziali, Ndr)”, commenta Stenning. “Quello più gli sconti fiscali sono veri e propri ‘regali’ a cui non si dovrebbe rinunciare”.

Quanto si deve risparmiare?
Negli ultimi anni sono state effettuate numerose ricerche su quanto i giovani dovrebbero risparmiare per poter assicurarsi una vita post-lavorativa dignitosa. Le più “ottimistiche” parlano del 7% del proprio stipendio, altre indicano cifre ben più elevate. Ad esempio, il portale finanziario americano NerdWallet ha recentemente pubblicato un’analisi secondo la quale un lavoratore venticinquenne con un salario annuale di 40.000 dollari dovrebbe risparmiare il 22% del proprio stipendio, ipotizzando un rendimento medio annuale dei propri investimenti del 5% e un aumento medio del proprio salario del 2% ogni anno.

“È una percentuale davvero alta. A 25 anni è quasi impossibile e obiettivi del genere possono anche spaventare”, ha commentato David Blanchett, responsabile della ricerca previdenziale di Morningstar Investment Management. Secondo l’analista, tenendo conto del contributo datoriale e ipotizzando dei rendimenti medio-bassi, un giovane nella stessa situazione potrebbe raggiungere gli stessi obiettivi risparmiando il 14% delle proprie entrate. “Il che è sicuramente molto di più di quello che i millennials risparmiano attualmente, considerando che la mediana del gruppo è del 3%”, spiega Blanchett.

Ora, negli Stati Uniti la pensione pubblica pesa circa un terzo, a volte meno, delle entrate previdenziali. Ergo, in Europa le percentuali di risparmio dovrebbero essere riviste (leggermente) al ribasso. Tuttavia, l’impostazione generale è la stessa: prima si comincia, meglio è.

Gli strumenti a disposizione
Chi cerca un veicolo finanziario appositamente pensato per integrare la pensione pubblica ha davanti a sé tre scelte: fondo pensione negoziale, fondo pensione aperto oppure Pip (Piano individuale pensionistico).

I fondi negoziali sono istituiti sulla base di accordi tra le organizzazioni sindacali e quelle imprenditoriali di settori specifici: l’adesione a questi fondi è riservata a specifiche categorie. Il principale vantaggio di questo strumento, come indicato precedentemente, è che il datore di lavoro è obbligato a versare a sua volta un contributo alla forma pensionistica complementare alla quale ha aderito il dipendente. Ciò consente di aumentare i versamenti e, a parità di altre condizioni, di ottenere una pensione complementare più alta.

I fondi aperti sono forme pensionistiche complementari istituite da banche, assicurazioni, Sgr e Sim. Possono essere ad adesione individuale, su iniziativa del singolo, o collettiva (l’azienda sigla un contratto con un fondo pensione aperto per i suoi dipendenti). Nel caso di adesione individuale, l’aderente non beneficia del contributo del datore di lavoro, in caso di adesione collettiva invece può usufruire di questo vantaggio.

I Pip, infine, sono forme pensionistiche complementari istituite dalle imprese di assicurazione. L’adesione è sempre a carattere individuale. Chiunque può aderire, anche casalinghe e studenti che non hanno posizioni previdenziali aperte con il sistema pubblico. In generale, i Pip sono più flessibili ma anche molto più costosi. 

Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

Info autore Valerio Baselli

Valerio Baselli  è Giornalista di Morningstar in Francia e Italia.