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Gli emergenti non rifaranno il miracolo

I paesi in via di sviluppo hanno registrato un andamento positivo nell’ultimo mese. Ma, dicono gli operatori, difficilmente si ripeterà il rally visto all’inizio del millennio. 

Marco Caprotti 09/06/2016 | 12:26

Gli emergenti sono tornati di moda. O, almeno, così sembrerebbe guardando l’andamento delle categorie Morningstar dedicate ai fondi specializzati sui mercati in via di sviluppo. Quella equity globale, ad esempio, nell’ultimo mese (fino al 7 giugno e calcolata in euro) ha guadagnato il 5,2%. Nello stesso periodo, quella dedicata alla parte emerging dell’Europa ha segnato +4,34%.  Ma risultati positivi sono stati segnati anche dai segmenti specializzati sui singoli stati che formano questi universi.

Non sarà un’altra maratona
Performance brillanti ma che, secondo gli operatori, non devono far pensare a una nuova corsa apparentemente senza fine dell’asset emergente. Simile, magari, al +370% visto nel periodo 2000-2010 (gli anni che gli inglesi definiscono noughties). Va detto che quello era stato un decennio particolare: mentre i paesi sviluppati stavano cercando di rimettersi in piedi dopo lo scoppio della bolla speculativa creata dalle aziende tecnologiche, gli investitori sono andati a caccia di rendimenti nei paesi in via di sviluppo. Poi le cose sono cambiate. L’azionario dei developed è tornato sulla scena, ma gli operatori hanno comunque dovuto fare i conti con crisi mondiali partite proprio dai mercati una volta considerati più sicuri. Negli ultimi tempi la percezione sui paesi in via di sviluppo è migliorata grazie a un indebolimento del dollaro e a un incremento, seppur marginale, dei prezzi delle materie prime.

“Non è pensabile che i mercati emergenti ripetano una performance come quella vista in quel decennio”, spiega James Dowey, responsabile degli investimenti e capo economista di Neptune. “Molti danno per scontato che quei paesi cresceranno di pari passo con un aumento della democrazia. Ma non c’è niente di automatico nelle traiettorie delle riforme politiche. Tutti i paesi dei Bric, che una volta venivano considerati gli emerging su cui puntare assolutamente anche per questioni legate alla politica, continuano ad avere alti livelli di corruzione e rispetto al passato non sembra essere cambiato un granché”.

Meglio non mollare gli emerging
Ci sono alcuni motivi, tuttavia, per cui non vale la pena abbandonare gli emerging. “Questo tipo di investimento funziona bene se lo si tratta come un asset value”, dice Dowey. “Tra l’altro, a livello di prezzi e nonostante la corsa delle ultime settimane, ci sono ancora delle buone opportunità di acquisto”. Certo, bisogna tenere conto di alcune minacce. Ad esempio il rallentamento della Cina e la politica monetaria della Federal Reserve che, in caso di rialzo dei tassi, sposterebbe gli investimenti verso gli Stati Uniti.

“Tuttavia si tratta di pericoli che il mercato sta già considerando”, spiega Alex Wold, responsabile della ricerca economica sugli emergenti di Standard Life Investments. “La questione politica, inoltre, non è l’unico aspetto che bisogna prendere in considerazione quando si parla di queste aree. Molti paesi del segmento emergente stanno portando avanti interessanti riforme economiche che potrebbero aumentare la produttività delle aziende”. Dal punto di vista operativo il suo consiglio è quello di guardare all’India. “Il consensus del mercato per mesi ha suggerito di sovrappesarla. Poi nel 2015 è passata di moda. A noi piace ancora. In generale ci interessa guardare un po’ fuori dai sentieri percorsi da tutti. Per questo stiamo studiando la Georgia, il Kenya, la Romania e l’Argentina, ad esempio. Ma non sono gli eventi macro che ci interessano, quanto le opportunità da punto di vista aziendale. E’ difficile, ad esempio, non dare importanza a Internet e a come i social media stanno cambiando le abitudini dei consumatori in quei paesi creando nuove opportunità di investimento”.

 

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Info autore

Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.

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