Il dividendo non fa la bolla

Aumentano gli investitori che vanno a caccia di cedole per cercare il rendimento. Per gli operatori è una strategia che continua a funzionare.

Marco Caprotti 06/09/2012 | 14:11
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Nei commenti che si leggono sulla stampa finanziaria ormai sembra essere diventato un mantra: “I dividendi oggi sono l’unico asset in grado di garantire un rendimento”. Il ritornello viene ripetuto tutte le volte che escono notizie sullo stato della crisi in Europa o sulla situazione economica degli Stati Uniti che spingono gli operatori a cercare un porto sicuro dove ripararsi. Un’insistenza che, per alcuni investitori, potrebbe portare alla nascita di una bolla speculativa legata alle cedole delle società.

I numeri, intanto, sembrano dare ragione a chi ha scelto questa forma di investimento per cercare un riparo dalla crisi dei mercati. “I valori dei dividend yield si sono leggermente compressi a causa dei rialzi che hanno caratterizzato i mercati nel corso dell’ultimo mese, restando comunque su livelli ancora elevati e nella maggioranza dei casi superiori alla media storica del periodo 2007-2011”, spiega una nota firmata da Piero Toia, analista di Intesa Sapaolo. “A livello geografico, la preferenza rimane per il mercato europeo, con stime per l’indice Eurostoxx di un rendimento medio 2012-13 pari al 4,24%, nonostante il difficile contesto congiunturale che sta portando molti gruppi a ridimensionare la propria politica di distribuzione degli utili”.

Il mercato italiano continua a offrire valutazioni interessanti sotto questo profilo, con un valore stimato pari al 4,48% per il Ftse/Mib (media 2012-13). Decisamente più contenuta è la stima sul mercato statunitense, con il dividend yield atteso per l’S&P500 che si attesta al 2,28%. “Analizzando poi lo spaccato settoriale europeo, valori elevati sono attesi ancora per il telefonico (6,46%), complici in questo caso anche i prezzi estremamente contenuti raggiunti da molti titoli del settore, compensati però da payout (il rapporto fra gli utili distribuiti e quelli conseguiti, Ndr) e flussi di cassa ancora interessanti”, continua Toia. “Superiori al benchmark di riferimento restano le remunerazioni attese per il settore utility (6,93%), bancario (5,42%) e per l’energia (5,37%)”.

Pericolo bolla?
L’attenzione che viene data all’investimento in dividendi è comprensibile. Quando gli operatori sono nervosi e incerti tendono a muoversi verso quegli asset che considerano più stabili fra questi rientrano le cedole, soprattutto quelle di aziende come le telecomunicazioni e le utility che, avendo spesso nel loro azionariato una componente pubblica, staccano le cedole anche per dare ossigeno all’erario. C’è poi chi va in pensione e sceglie questo strumento come fonte di reddito complementare e alternativa, ad esempio, alle obbligazioni (per un approfondimrnto clicca qui).

“Sicuramente questo tipo di investimento sta ricevendo un mucchio di attenzione da parte dei media, ma per quanto riguarda il mercato le cose stanno in maniera un po’ diversa”, spiega uno studio di Franklin Templeton Investments (Fti). “Se si osservano i movimenti dei flussi di denaro ci si rende conto che i soldi si muovo soprattutto verso i prodotti del reddito fisso, non in direzione dell’azionario. Detto questo, è indubbio che la scelta delle cedole ha attratto molti operatori interessati a strategie basate sul rendimento. Questo ha fatto bene ai settori che, storicamente distribuiscono i dividendi maggiori”.

Cosa cercare
Senza contare che ormai sono sempre di più le aziende che hanno deciso di remunerare i propri azionisti attraverso le cedole diventando appetibili anche per chi ha strategie value (per un approfondimento clicca qui). “E’ vero che l’universo delle aziende che pagano un dividendo si sta espandendo, ma è bene ricordare che chi stacca una cedola oggi non è detto che lo faccia in futuro”, precisa lo studio di Fti che identifica comunque alcune caratteristiche che possono identificare un probabile distributore di dividend yield. “Noi cerchiamo società che abbiano una continua e sostanziosa crescita dei dividendi. Questo significa che la cedola deve essere stata sempre pagata negli ultimi 10 anni e, nello stesso periodo, il suo valore deve essere raddoppiato. Bisogna poi guardare alla solidità dei bilanci. Prendiamo in considerazione società che abbiano un debito di lungo termine che non sia superiore al 50% del capitale totale e il cui payout non sia maggiore del 65%. L’ultimo aspetto riguarda le valutazioni - basate sul rapporto prezzo utili - che devono essere al di sotto della media registrata in 10 anni”.

Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

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Info autore

Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.

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