Il difficile mestiere della diversificazione

Gli Etf danno una più ampia esposizione rispetto ai singoli titoli, ma spesso gli indici risultano essere concentrati. I fondi attivi permettono una gestione più flessibile dei passivi, ma non sono sempre competitivi in termini di performance. 

Francesco Lavecchia 12/06/2020 | 16:29
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Diversificare in maniera appropriata i propri investimenti azionari non è mai un compito facile. Alcuni possono essere tentati dal credere che l’utilizzo di uno strumento come l’Etf sia la soluzione a questo problema. Ma, se guardiamo dentro il paniere degli indici, ci si accorge di come la loro capitalizzazione di mercato sia spesso concentrata in pochi titoli o settori.

La crescita dei valori di Borsa delle big americane del comparto tecnologico (Facebook, Amazon, Microsoft, Apple, Alphabet), che ora incidono per oltre il 20% della capitalizzazione di mercato dell’indice Morningstar US Market, hanno portato nuovamente all’attenzione questo fenomeno che però non riguarda solo gli Stati Uniti, ma anche molti listini del Vecchio continente.

L'elevata concentrazione degli indici azionari 
Nei mercati azionari più piccoli come Austria e Norvegia, i primi tre titoli del paniere pesano per oltre il 30% della capitalizzazione di mercato totale. In Russia la percentuale raggiunge il 40% a causa della presenza delle società energetiche Gazprom e PJSC Lukoil, mentre in Svizzera il peso complessivo di Nestle, Roche e Novartis supera addirittura il 50%.

La situazione non migliora di molto neanche se ci spostiamo su listini più grandi. Su quello di Madrid, infatti, Iberdrola, Banco Santander e Industria De Diseno Textil contano per il 37% della market cap totale. In altre Borse, invece, la concentrazione è in pochi settori. A Piazza Affari, ad esempio, il settore finanziario pesa per il 31% grazie a titoli come Intesa Sanpaolo, UniCredit e Assicurazioni Generali che insieme valgono quasi il 20% della capitalizzazione complessiva dell’indice. Quella di Parigi è sbilanciata sui comparti manifatturiero e beni di consumo ciclici (38%), quella di Londra sui settori finanza e beni di consumo difensivi (36%), mentre il listino di Francoforte pende dalla parte dei tecnologici e dei consumer cyclical (30%).

Quello dell’elevata concentrazione degli indici è un fattore di rischio che va considerato, dato che la cattiva intonazione di una singola stock o di un comparto potrebbe penalizzare la performance nel breve periodo e indurre alcuni investitori che volessero prendere posizione su uno di questi mercati a preferire i fondi attivi. In questi strumenti, infatti, i gestori hanno margini di manovra più ampi rispetto agli ETF nella costruzione del portafoglio e questo gli permette in teoria di creare un paniere di titoli maggiormente diversificato.

Fondi attivi o fondi passivi?
Tuttavia, questo non implica necessariamente che la maggiore flessibilità di investimento dei gestori attivi si traduca in una performance più elevata. I dati del Morningstar European Active/Passive Barometer (aggiornato a fine 2019), che misura il successo dei fondi attivi disponibili alla vendita nel Vecchio continente comparandoli con un paniere omogeneo di strumenti passivi e valutandone la performance e il tasso di sopravvivenza su diversi orizzonti, dimostrano come sia errato pensare a una relazione inversa tra il grado di concentrazione dell’indice e il tasso di successo dei fondi attivi rispetto ai replicanti del benchmark.

Nella categoria Azionari Austria, ad esempio, i fondi attivi sovraperformano quelli passivi nel 91,7% dei casi su un periodo di un anno e nel 45,5% dei casi sui 10 anni, in quella Azionari Norvegia la percentuale di successo è del 64% sui 12 mesi e del 46,3% sui 10 anni e in quella Azionari Large cap Regno Unito è rispettivamente pari al 61,8% e al 34,1%. Ma se guardiamo ad altre categorie azionarie che investono in mercati altrettanto concentrati, come Italia, Russia e Spagna, la percentuale dei comparti attivi che sovraperforma gli strumenti passivi non supera il 12% su un anno e il 37,7% sui 10 anni.

I dati del Barometro dimostrano come su orizzonti temporali di lungo periodo il tasso di successo dei gestori attivi non superi il 25% in due terzi delle categorie Morningstar analizzate e che la percentuale scende ancora se si considerano i comparti azionari Large cap. Le ragioni di questo gap, secondo gli analisti di Morningstar, non vanno ricercate nel diverso grado di concentrazione dell’indice, bensì nella difficoltà dei gestori di fondi azionari di ottenere e mantenere un vantaggio informativo, data l’ampia copertura dei titoli a larga capitalizzazione da parte delle società di ricerca, e nei più alti costi di negoziazione e fiscali a causa del più ampio turnover di portafoglio.

 

 

Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

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Info autore

Francesco Lavecchia

Francesco Lavecchia  è Research Editor di Morningstar in Italia

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