Il petrolio Usa invade l’Asia

Secondo le previsioni di Morningstar, l’America venderà all’estero quasi sei milioni di barili al giorno entro il 2023. Molta parte della materia prima va già a oriente e la Cina potrebbe tornare a fare ingenti acquisti.

Marco Caprotti 11/06/2019 | 11:15

Meglio non sottovalutare gli Usa. Anche quando si parla delle loro capacità di vendere petrolio in giro per il mondo. “Le esportazioni di greggio erano di circa 2 milioni di barili al giorno nel 2018 e, secondo le nostre stime, saranno di 4 milioni nel 2020 e di 5,7 milioni nel 2023”, spiega Stephen Ellis, Energy and utilities strategist di Morningstar Research Services.

Il dato, soprattutto quello relativo all’anno prossimo, è superiore al consensus degli analisti che prevere vendite all’estero per 1,4 milioni di barili. “Il nostro ottimismo si basa sulle analisi che abbiamo fatto sulle forniture che sono in grado di estrarre gli Usa che, in generale, dovrebbero arrivare a 14 milioni di barili al giorno contro i 9,4 milioni del 2017. Merito soprattutto delle estrazioni nel Permian Basin”.

Il possibile aumento delle vendite all’estero è figlio del provvedimento preso nel 2015 con cui è stato tolto il divieto di export dell’oro nero Usa. Lo stop fu introdotto nel 1975, dopo il primo grande shock petrolifero. Questo costrinse gli Stati Uniti ad attuare una politica difensiva, vietando le esportazioni di una materia prima che all’epoca sembrava destinata ad esaurirsi in breve tempo. Da quattro anni, le esportazioni continuano a crescere e sono arrivate a 3 milioni di barili al giorno a metà 2018. L’Asia è il porto di approdo principale per i barili americani. La Cina, in  particolare era, almeno fino allo scoppio della guerra commerciale, uno dei maggiori acquirenti. I mancati ordini da parte di Pechino sono stati rimpiazzati con vendite più alte a stati come la Corea del Sud, il Giappone e l’India.

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Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.

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