Giappone non vuol dire fiducia

I provvedimenti messi in campo dal governo per dare una spinta all’economia non hanno convinto i gestori di fondi. L’attenzione ora si sposta sulla BoJ, ma l’obiettivo di far crescere l’inflazione diventa più difficile da raggiungere. 

Marco Caprotti 31/08/2016 | 09:35

Il Giappone non riesce a convincere il mercato. Le due categorie Morningstar dedicate all’equity del Sol levante – Large cap e Small cap - nell’ultimo mese (fino al 29 marzo e calcolate in euro) hanno perso rispettivamente lo 0,25% e il 2,87% (-0,72% e -3,33% in yen). A niente, almeno dal punto di vista delle ficucia, sembrano essere serviti i provvedimenti messi in campo dall’Arcipelago per dare slancio all’economia. Il governo nelle settimane scorse ha approvato un pacchetto di stimoli all'economia del valore di 28 mila miliardi di yen (circa 245 miliardi di euro). L'obiettivo è far salire il Pil dell'1,3%. Il piano include misure per le piccole e medie imprese e per le famiglie a basso reddito, sostegni alle infrastrutture, al turismo e alla ricostruzione delle zone colpite da episodi sismici.

Il premier Shinzo Abe ha definito il piano “un investimento per il futuro” e, nell’immediato, ha avuto soprattutto implicazioni politiche. E’ stato fatto un rimpasto nell’esecutivo con la sostituzione dei ministri dell'Industria e della Difesa. Sono rimasti al loro posto, invece, i ministri delle Finanze e vice-premier, quello degli Affari esteri e il segretario generale e portavoce del governo. Il ministro della Ripresa economica ha conservato la carica, così come quello agli Interni e quello alla Salute.

Occhi sulla BoJ
I radar degli investitori, intanto si spostano sulle prossime mosse della Bank of Japan. La revisione della strategia dell’istituto, attesa per il mese prossimo, ha detto il governatore della BoJ, Haruhiko Kuroda, non dovrebbe portare a un aumento dei tassi di interesse. La prossima riunione del board prevista per il 20 e il 21 settembre servirà, ha spiegato Kuroda, ad “avere una valutazione completa allo scopo di chiarire che cosa serve per raggiungere il nostro target di inflazione al 2%”.

I numeri in questo senso non sono rassicuranti. Gli ultimi dati sul costo della vita dicono che i prezzi al consumo, esclusi i prodotti deperibili, sono scesi a luglio dello 0,2% rispetto al mese precedente e dello 0,5% annuo, registrando il calo più alto da marzo 2013. Il dato è più basso delle attese del mercato. Ma dal fronte macro arrivano anche buone notizie. Come quella del balzo dell'indice Pmi manifatturiero, che il mese scorso è salito a 49,3 dal 48,1 di giugno, segnando un record dal febbraio scorso e migliorando il dato preliminare (49). Il terzo trimestre dell'anno si apre quindi con segnali di ripresa dopo che il secondo quarter ha segnato la peggiore performance degli ultimi tre anni e mezzo.

 

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Info autore

Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.

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