L'auto che non fa correre i fondi

Lo scandalo Renault ha riportato l'attenzione degli investitori sugli strumenti che hanno troppi marchi delle quattroruote in portafoglio. Un'eccessiva concentrazione è un'arma a doppio taglio. 

Marco Caprotti 19/01/2016 | 13:33
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Il dieselgate Renault rischia di far sudare freddo anche alcuni gestori. I test di inquinamento realizzati Oltralpe da una commissione indipendente su richiesta del Governo, dopo lo scandalo Volkswagen, hanno mostrato che il gruppo francese e “varie marche straniere” superano i livelli di legge di anidride carbonica e ossido di azoto. Un problema per la casa transalpina che, oltre al danno di immagine, potrebbe trovarsi a dover pagare una multa salata. Ma anche per i clienti, che sarebbero seduti al volante di auto più inquinanti di quello che si aspettavano E pure per gli investitori esposti al marchio della losanga che, in molti casi, hanno in portafoglio, oltre a Renault, altri titoli del settore auto.

C’è da aver paura
In Borsa il giorno in cui la notizia è uscita, il titolo è arrivato a perdere il 20%, per poi chiudere la seduta con una flessione del 10,28% a 77,75 euro. Va detto che, per i fondi, il problema non è legato tanto alla presenza del titolo francese in portafoglio: violenti movimenti nel corso di una o poche sedute, come è accaduto con lo scandalo emissioni che ha coinvolto Volkswagen, possono addirittura rappresentare nuove buy opportunity su una società ritenuta valida. La storia, poi, dimostra che nemmeno le sanzioni che eventualmente saranno comminate possono mettere in pericolo la tenuta dei bilanci. Soprattutto nel settore auto.

L’elemento che preoccupa di più è di tipo strategico. In alcuni casi i fondi sono eccessivamente esposti al settore auto attraverso diversi titoli dello stesso comparto. Questo ha due effetti. Uno pratico: aumenta l’intensità della fase di debolezza (gli scandali legati a una marca si trascinano dietro tutto il segmento e l'incertezza su questa questione, tra l’altro, potrebbe ancora pesare sull’auto in Europa). E uno psicologico: avere il portafoglio troppo esposto su un segmento considerato pericoloso a molti investitori non piace. “Un’eccessiva concentrazione di portafoglio in un settore o addirittura un’industria è sempre un’arma a doppio taglio: può aiutare le performance se le cose vanno bene, ma produrre risultati disastrosi se la scommessa non è azzeccata”, spiega Francesco Paganelli, Fund analyst EMEA di Morningstar. “Nell’attuale contesto caratterizzato da economie globalizzate e integrate tra loro, inoltre, la diversificazione settoriale sembra essere più importante di quella geografica”. Meglio liberarsi dei fondi che hanno troppe quattroruote in pancia, quindi? “Per quanto riguarda le scelte dei fondi attivi, una concentrazione sul settore auto potrebbe essere a seconda dei casi strutturale (si pensi ai fondi tematici o settoriali) o tattica, in quanto riflette le opinioni del manager sulle opportunità di guadagno”, continua Paganelli. “Ma le classificazioni possono essere fuorvianti: ci sono altre società, ad esempio nel settore industriale o magari assicurativo, che possono risentire dell’andamento delle case automobilistiche. Infine queste ponderazioni andrebbero valutate in funzione della strategia di gestione. Per quei gestori più orientati al benchmark è consigliabile tenere presente la sovra- o sottoesposizione all’industria rispetto all’indice, invece del valore assoluto. Ad esempio in alcuni indici questo comparto ha già un peso rilevante: il DAX tedesco ne è esposto per oltre il 17%, mentre costruttori di auto e componenti pesano appena il 3% dell’indice MSCI Europe e il 2.7% dell’MSCI World”.

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Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.

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