Il senso del payout per la cedola

La quota di utili che le aziende distribuiscono ai soci è un buon indicatore della sostenibilità del dividendo. Meglio studiare a fondo i fondamentali e fare attenzione a chi paga troppo. 

Marco Caprotti 01/12/2015 | 16:24

Un po’ di matematica, tanto studio e un pizzico di buon senso. Sono questi in sintesi, secondo gli analisti di Morningstar, gli strumenti cui si devono affidare gli investitori che vanno a caccia di rendimento inseguendo i dividendi. Il primo elemento è necessario per analizzare il payout ratio di una società. In pratica si tratta del tasso di dividendi pagati da un’azienda, diviso per i suoi utili. Un esempio comodo può essere quello di una società che ha una cedola di due euro (una cifra usata per praticità di calcolo) e ha utili per 5 euro ad azione. Dividendo due per cinque si ottiene 0,4 (o un payout ratio del 40%).

“Questo di solito è un indicatore un po’ più preciso sulla capacità di una società di dare valore agli azionisti rispetto al rendimento che è più legato al prezzo del titolo”, spiega Josh Peters, responsabile delle analisi sulle strategie di investimento legate all’equity di Morningstar. “Anche il payout ratio lo è, ma è anche in grado di dare una foto più completa sulla porzione di utili che l’azienda distribuisce ai suoi soci e sulla sua capacità di mantenerla o di farla crescere”. E qui entra in gioco il buon senso e lo studio delle società. “Tutte le analisi storiche ci dicono che un payout ratio superiore al 60% non può essere mantenuto a lungo da una società, per cui un valore di quel tipo dovrebbe essere considerato un campanello di allarme per gli investitori che cercano rendimento nel lungo periodo”.

Leggere i libri
Un approccio di questo tipo sembra scontrarsi con la realtà di mercati – ad esempio quello Usa - dove ci sono alcune aziende che, da anni, sono in grado di distribuire agli azionisti l’80% degli utili. “L’analisi, soprattutto in questi casi, non può fermarsi al dato percentuale”, dice Peters. “altri elementi da prendere in considerazione sono la stabilità degli utili nel corso degli anni, quali sono stati i risultati di bilancio nei periodi di recessione, qual è la situazione debitoria e qual è l’entità delle riserve”. A volte, ad esempio, una società per mantenere la politica dei dividendi raccoglie denaro fresco attraverso emissioni obbligazionarie o attinge direttamente alla sua cassaforte. In entrambi i casi non è un buon segnale per chi ha visioni di medio e lungo periodo. “Tutti questi elementi ci dicono se l’azienda sarà in grado di mantenere alta la sua cedola anche in futuro”, dice l’analista di Morningstar. “Un altro fattore da considerare è se si tratta di un business che ha bisogno di grandi investimenti per restare al passo con i tempi o con il mercato di riferimento. Anche in questo caso la cedola ricca nel lungo periodo potrebbe non essere una priorità del management”.

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Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.

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