Conto alla rovescia sui tassi Usa

La situazione macro e le indicazioni di molti membri del Fomc dicono che l’aumento del costo del denaro partirà quest’anno. La Fed, intanto, prende tempo. 

Marco Caprotti 18/06/2015 | 11:33
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Il mercato ne è certo: la Federal Reserve alzerà i tassi di interesse Usa entro la fine del 2015. Certo, il presidente della Banca centrale americana, Janet Yellen, non lo ha detto dopo l’ultima riunione del Fomc (Federal open market committee, il braccio operativo dell’istituto) che ha deciso di lasciare il costo del denaro nel range fra lo 0% e lo 0,25%. Anzi, dopo il meeting di due giorni di giugno ha indicato che la Fed comincerà ad alzare il costo del denaro negli Stati Uniti quando vedrà “ulteriori progressi del mercato del lavoro” e “avrà sufficiente fiducia nel fatto che l'inflazione si sta muovendo verso i target prefissati (2%, Ndr)”. Yellen ha spiegato che “fattori transitori hanno pesato sull’economia”, ma la Banca centrale vuole vedere “ulteriori e più decisi segnali di miglioramento”. Per questo, le decisioni “saranno dipendenti dai dati macroeconomici” e i tassi “potrebbero rimanere al di sotto di livelli normali” per un periodo prolungato.

Non fa tutto il Pil
Cosa fa credere quindi che un aumento del costo del denaro sia imminente? Prima di tutto il fatto che la Fed non parla solo attraverso il suo chairman (o chairwoman). Nell’ultima previsione che la Banca ha pubblicato sul sentiment dei suoi membri riguardo al movimento dei tassi, 15 dei 17 official che compongono il Fomc hanno detto di attendersi un rialzo di un quarto di punto entro dicembre. Contro questa ipotesi, almeno in apparenza, gioca il Pil. La Federal Reserve, infatti, ha ritoccato al ribasso le stime sulla crescita dell’anno in corso. Per il 2015, la Banca centrale americana attende ora un aumento del Prodotto interno lordo tra l’1,8 e il 2,0%, mentre a marzo aveva previsto una forchetta tra il 2,3% e il 2,7%. Il punto è, però, che la tenuta del Pil non rientra nel mandato della Banca centrale Usa che, per legge, deve occuparsi di stabilità dei prezzi e di raggiungere la piena occupazione. E’ vero che la crescita del valore di beni e servizi, di norma, incide su tutti e due gli elementi. Ma non sempre lo fa, come ha dimostrato l’ultimo periodo che ha visto, a fronte di un Pil deludente, una crescita dei posti di lavoro media di 200mila unità al mese (da marzo).

Occupazione e deflazione
Va detto anche che la Fed con l’ultimo meeting ha rivisto anche le previsioni sulla disoccupazione, che dovrebbe essere di poco più alta di quanto anticipato lo scorso marzo. Quest’anno dovrebbe attestarsi tra il 5,2% e il 5,3%, contro il 5,0% e il 5,2% previsto in precedenza. Ma Yellen, dopo la riunione, ha detto anche che sta accelerando la velocità della creazione dei posti di lavoro. “Gli sviluppi congiunturali a cui abbiamo assistito negli ultimi tre mesi, inclusi la stabilità dei prezzi del petrolio e dell’andamento del dollaro, insieme all’aumento degli stipendi, hanno dato agli operatori la sensazione che la deflazione sia stata evitata”, spiega un report firmato da John Bellow, gestore di Western Asset. “Anche la Fed dovrebbe essere più tranquilla su questo fronte adesso”. 

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Info autore

Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.