M&A, matrimoni che non s’hanno da fare

Le operazioni di fusione e acquisizione, quando vanno bene, fanno guadagnare pochi. E non danno nessun beneficio a livello macroeconomico. 

Marco Caprotti 18/06/2015 | 11:19

Un po’ di soldi – quando va bene - nelle tasche degli azionisti e poche briciole – se capita -nell’economia reale. Sarebbero questi, secondo alcuni operatori, i risultati finali delle operazioni di fusione e acquisizione. Manovre spesso celebrate dalla stampa finanziaria come grandi ondate in grado di rivitalizzare le Borse e di ridisegnare gli equilibri di interi segmenti di mercato, salvo poi trasformarsi in clamorosi fiaschi, sia per chi ci si è imbarcato che per la congiuntura.

Se il matrimonio non funziona
Uno dei casi più citati è l’acquisto, nel 1998, di Chrysler da parte di Daimler. Un matrimonio naufragato dopo 10 anni con miliardi di dollari di perdite. Un altro caso di scuola è la fusione fra Alcatel e Lucent: Patricia Russo, la top manager che aveva portato a casa l’operazione, nel 2007 ha dovuto ammettere (dopo tre profit warning consecutivi) che le nozze non avevano dato i risultati sperati. Il problema in realtà è più vasto.

Un articolo dell’anno scorso del Financial Times citava diversi studi secondo cui le M&A che non arrivano in porto sono, mediamente, il 50% di quelle annunciate. L’83% delle nozze che si consumano, invece, non portano frutti. Percentuali che non dissuadono i manager dal cercare di accasare le aziende che guidano (spesso consigliati dalle banche d’affari che, dietro ricche commissioni, fanno da wedding planner). Nel segmento tecnologico, ad esempio, l’attività di M&A nei primi cinque mesi di quest’anno ha raggiunto un valore di 143,4 miliardi di dollari: il 30% in più rispetto allo stesso periodo del 2014 e uno dei risultati migliori dallo scoppio della bolla speculativa nel 2000 (dati elaborati da Dealogic). L’ultima operazione di cui stanno discutendo gli investitori, peraltro proprio nel segmento hi-tech, è quella dell’acquisizione di Aol da parte di Verizon per 4,4 miliardi di dollari. Una M&A sulla quale gli analisti hanno qualche perplessità. “Il senso strategico dell’operazione è portarsi in casa contenuti video da poter sfruttare per favorire la raccolta pubblicitaria”, spiega Michael Hodel di Morningstar. “Ma si tratta di potenzialità tutte da verificare, soprattutto alla luce degli sforzi nella stessa direzione che stanno facendo colossi come Google e molte nuove società”.

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Nome TitoloPrezzoCambio (%)Morningstar Rating
Alphabet Inc A1.727,62 USD-0,19
Daimler AG56,26 EUR-2,68
Verizon Communications Inc57,38 USD0,60

Info autore

Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.

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