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Il ritorno del Nasdaq

I record del listino hi-tech americano, dicono gli operatori, non sono il preludio a una bolla speculativa simile a quella del 2000. Le valutazioni sembrano ragionevoli e, questa volta, non mancano i soldi in cassa. 

Marco Caprotti 28/04/2015 | 00:17
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Il Nasdaq questa volta non tradirà gli investitori. La corsa del listino tecnologico Usa (che il 23 aprile ha superato la soglia a cui era finita la seduta del 10 marzo di 15 anni fa ossia a 5.048,62 punti), dicono gli operatori, questa volta non lascerà i risparmiatori con il cerino in mano come ha fatto in passato durante la cosiddetta febbre di Internet. Da allora, infatti, diverse cose sono cambiate per il paniere.

Stessi nomi, altri prezzi
Certo, molti dei titoli presenti in passato nell’indice sono ancora lì. Differenti sono invece le valutazioni. Secondo i dati elaborati da Morningstar a marzo del 2000, subito prima che la bolla speculativa sulle società tecnologiche scoppiasse, i titoli hi-tech erano trattati a 50 volte gli utili attesi, mentre le aziende dei comparti tradizionali avevano un rapporto prezzo/utili di 12 volte. Oggi il rapporto è di 18 per entrambe le categorie di azioni.

Il picco di settimana scorsa non è stato il primo segnale che il Nasdaq, dopo i record segnati nei mesi scorsi dall’S&P500 e dal Dow Jones, aveva intenzione di fare sul serio. A marzo il paniere hi-tech si è fatto notare quando ha toccato la soglia psicologica dei 5.000 punti. La spinta a superare quel livello è arrivata poi dai risultati trimestrali di società come Google e Amazon che hanno convinto gli investitori a riempire di nuovo i portafogli di hi-tech.

Qualcosa è cambiato
Anche oggi si torna a parlare di valutazioni in rapporto ai profitti attesi. “Per certi versi siamo in una situazione differente rispetto a quella del 2000”, spiega un report della società di consulenza Harris Associates. “All’epoca gli investitori compravano sperando in numeri di bilancio che poi non si sono materializzati. Oggi invece, molte di quelle società hanno conti che potrebbero giustificare prezzi più alti di quelli attuali. Prendiamo Amazon: il titolo rispetto a 15 anni fa è cresciuto del 450%, mentre gli utili per azione sono saliti del 3.700%”.

In questa situazione, anche la solidità dei libri contabili (altro grande problema nel 2000) è cambiata. “Molte società tecnologiche hanno flussi di cassa che le aziende tradizionali si sognano”, continua lo studio. “Sono soldi che, se lasciati in cassaforte, renderebbero poco. Per questo molte società hi-tech potrebbero decidere di rendere un po’ di valore agli azionisti attraverso dividendi più ricchi o piani di riacquisto di azioni proprie. Oppure potrebbero decidere di impiegare il denaro per portare avanti delle fusioni e delle acquisizioni. In ogni caso gli investitori avrebbero da guadagnarci”.

 

Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

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Info autore

Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.