Gli Usa non sono ancora guariti

La decisione della Fed di interrompere i Qe indica che l'economia americana ha ripreso a camminare. La scelta di non alzare i tassi dai minimi record segnala che da sola non ce la fa. Gli investitori, intanto, si preparano alle prossime mosse della Banca centrale. 

Marco Caprotti 30/10/2014 | 11:30
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La Federal Reserve mette via le siringhe con cui ha rimesso in salute l’economia americana e gli investitori si chiedono se il paziente ora sarà in grado di farcela da solo. La questione, soprattutto in riferimento ai tassi di interesse, è fondamentale per le scelte di portafoglio.

Dopo l’ultima riunione, il Fomc (il braccio operativo della Banca centrale Usa) ha annunciato che il cosiddetto Qe3, cioè il piano di acquisto di Treasury e bond ipotecari lanciato nel settembre 2012 e arrivato a un valore massimo di 85 miliardi di dollari al mese, terminerà ufficialmente a fine ottobre. Fino al mese in corso questi acquisti equivalgono a 15 miliardi di dollari, dopo il taglio di settembre da 10 miliardi.

Il primo programma di acquisto di asset è stato lanciato nel 2008. Ne è seguito un altro nel 2010 per poi arrivare a quello che sta per essere archiviato. La Fed, insomma, ha sostenuto il Paese con quella che è stata la più grande campagna di stimolo economico nella storia degli Stati Uniti. Va detto che la guarigione della prima economia del mondo non è ancora completa: l’istituto di politica monetaria, infatti, ora proseguirà con una buona dose di tassi ultra bassi. Ma per quanto tempo?

Il nodo dei tassi
Proprio qui sta il nodo che interessa ai mercati. I tre successivi piani di stimolo hanno portato i frutti sperati: il tasso di disoccupazione è calato dall'8% (quando il terzo e ultimo round è stato lanciato nel 2012) all’attuale 5,9%. L'inflazione, che pure si mantiene abbondantemente sotto la soglia del 2% giudicata ottimale dalla Fed, negli ultimi mesi si è stabilizzata e anzi ha ricominciato a salire. La domanda chiave è quando l’economia americana, che pure è molto migliorata negli ultimi mesi, sarà sufficientemente forte da sostenersi senza nessun aiuto da parte della Fed. Se è scontato che oggi i tassi di interesse resteranno fermi al minimo storico cui sono stati portati a dicembre 2008, quello che gli investitori vorrebbero sentirsi dire è proprio per quanto tempo ancora rimarranno vicino allo zero. L’ipotesi che va per la maggiore è che il primo aumento ci sarà a metà 2015.

“La Federal Reserve si sta muovendo verso il primo rialzo dei tassi d’interesse, ma continuerà a non affrettarsi in tal senso, almeno finché la ripresa del mercato del lavoro non accelererà sul serio. In caso contrario, le attuali turbolenze dei mercati potrebbero portare ancora più cautela nell’avvio del percorso verso la normalizzazione della politica monetaria”, spiega una nota firmata da Bart Van Craeynest, capo economista di Petercam. “La fine del Quantitative easing, poi, potrebbe causare un po’ di incertezza. Ma, poiché si è trattato di una riduzione graduale che va avanti da più di un anno ormai, è difficile pensare che questo possa avere un impatto rilevante. Inoltre, anche se le aspettative di inflazione a lungo termine sono calate in modo significativo è piuttosto improbabile che la Fed possa cambiare direzione solo per questo motivo”.

Le scelte operative
Cosa bisogna quindi aspettarsi dai mercati? “Il comportamento della Fed spingerà al rialzo i rendimenti obbligazionari di breve termine e contribuirà a un ulteriore apprezzamento del dollaro”, dice una nota di Jean Baptiste Pethe, economista di Exane BNP Paribas. “Nei prossimi mesi il rimbalzo del biglietto verde sarà favorito, secondo i nostri economisti, dalle divergenti scelte di politica monetaria tra le due sponde dell’Atlantico e dal miglioramento del mercato del lavoro”.

Sul fronte equity la questione è un po’ più complessa. “Molti investitori vedono i tassi di interesse come un fattore chiave dei guadagni aziendali. Soprattutto per quanto riguarda le banche”, dice Erin Davis, analista di Morningstar. “Alcuni si domandano se sia il caso di acquistare titoli degli istituti di credito per anticipare un aumento dei tassi. La risposta è più complicata di quello che appare a prima vista. Prima di tutto perché le scelte restrittive non si trasformano immediatamente in un rialzo dei guadagni per le banche che sono condizionati anche da altri fattori come le condizioni macro generali e i margini netti sugli interessi. In ogni caso, in base alle nostre analisi, gli istituti meglio posizionati per approfittare di una crescita dei tassi sono Bny Mellon, Northern Trust e JP Morgan”. 

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Info autore

Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.