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Niente panico, sono emerging

Il momento difficile che stanno attraversando i mercati in via di sviluppo, dicono gli operatori, non è paragonabile a quello del '98 e non mette a rischio la ripresa globale. In Borsa vince la selezione. Anche quella geografica. 

Marco Caprotti 30/01/2014 | 11:27
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Punti chiave
-Secondo gli operatori la crisi che sta attraversando le aree emergenti non porterà a tempeste come quelle viste alla fine degli anni ’90.

-Il momento difficile dipende dalle decisioni della Fed riguardo al tapering.

-Gli emerging non devono più essere considerati come un unico asset di investimento ma vanno fatte scelte sia a livello geografico che di titoli.

Non bastano i paesi emergenti per rimettere in discussione la ripresa mondiale. E un’attenta selezione dei titoli e dei paesi in cui investire consentirà di far crescere i rendimenti. Ostentano ottimismo gli operatori quando leggono le notizie che in questi giorni stanno arrivando dalle zone in via di sviluppo e nonostante i catastrofici bollettini di Borsa delle ultime sedute.

Il primo emerging market ad alimentare la nuova ondata di preoccupazioni degli investitori è stato la Cina. I dati sulla produzione manifatturiera comunicati da Pechino hanno evidenziato il primo calo a gennaio da sei mesi a questa parte. La crescita del Pil (Prodotto interno lordo) del paese, tra l’altro (+7,7% nel 2013, stesso livello del 2012), e nonostante un quarto trimestre sopra il consensus (+7,6%), si è attestata ai minimi degli ultimi 13 anni.

La crisi argentina
L'Argentina ha deciso una brusca svalutazione del peso, la valuta nazionale, lo scorso il 23 gennaio, che ha riportato sui mercati i timori di una crisi finanziaria nella seconda economia per importanza in America Latina. Il calo di oltre il 15% accusato dalla valuta argentina nei primi scambi di quella seduta ha costretto la Banca centrale a ritornare sul mercato per vendere dollari, limitando così il ribasso a fine seduta all’8% che rappresenta, comunque la perdita più ampia per il peso su base giornaliera dal default da 95 miliardi di dollari e dalla pesante svalutazione del 2002. La svalutazione, nemica di risparmiatori e investitori, accumulata in due giorni è del 13,9% e quella delle prime tre settimane del 2014 è stata pari al 18,6% contro il 24% di tutto il 2013. Da quando il governo argentino ha deciso un ampio rimpasto, nominando uomini nuovi a capo del ministero dell’Economia e della Banca centrale, il 18 novembre scorso, il peso si è svalutato del 25%, un record a livello mondiale. Intanto, l’inflazione ha raggiunto il 25-30% in Argentina nel 2013, secondo stime private (10,9% secondo il Governo) ed è prevista in ulteriore aumento quest'anno. Nel solo mese di dicembre, sempre secondo stime private, potrebbe toccare il 5%.

A peggiorare la situazione sono arrivati il caos in Egitto, le proteste in Ucraina, gli allarmi terroristici per i Giochi olimpici in Russia e i pesanti ribassi nella valuta del Sudafrica. In questo quadro a poco è servita la decisione della Turchia di alzare i tassi di interesse per difendere la valuta locale dalla pesante svalutazione. Una decisione che ha dato un poco di tregua alle Borse mondiali che poi hanno ricominciato a scendere.

La responsabilità della Fed
Buona parte della responsabilità di questa situazione è da attribuire alla decisione della Federal Reserve di frenare le iniezioni di liquidità all’economia Usa. “Molti investitori, quando i tassi si sono abbassati negli Stati Uniti, hanno cercato rendimento nei paesi emergenti”, spiega Robert Johnson, direttore dell’analisi economica di Morningstar. “Ora che i tassi americani si stanno rialzando (il Tbond a 10 anni è passato dall’1,8% al 2,8%, Ndr) e che si susseguono le notizie di instabilità intorno al mondo, gli operatori stanno tornando nei porti più sicuri (il cosiddetto fly to safety, Ndr) comprando obbligazioni americane e mollando quelle delle zone in via di sviluppo”.

Ma cosa significa tutto questo per quelle zone? “Vendendo i bond trasformano i profitti in dollari. Ma liberandosi, di fatto, di valuta emergente e comprando il biglietto verde, il valore della prima si deprime, mentre quello del secondo aumenta. Tutto questo ha degli effetti a cascata. Le importazioni, ad esempio, costano di più e questo, a sua volta, fa aumentare l’inflazione. Un elemento che non piace alla gente e che preoccupa i politici, soprattutto quando si avvicinano delle elezioni. Senza contare che molti stati in via di sviluppo hanno emesso obbligazioni denominate in valuta straniera, quindi diventa più costoso ripagarle”.

Le scelte operative
“Le notizie della scorsa settimana danno l’impressione generale che i mercati emergenti siano in uno stato di crisi. In questo scenario, i trader iniziano a vendere per poi vedere cosa accade in un secondo momento. Anche mercati solidi, dove le riforme sono state avviate, come Messico, Russia e Corea del Sud, sono stati colpiti”, spiega una nota firmata da Peter Marber, responsabile mercati emergenti di Loomis Sayles & Company (gruppo Natixis). “Molto di questo panico sembra ingiustificato. Rispetto al 1998, i mercati emergenti detengono oltre 7mila miliardi di dollari in più di riserve in valuta forte in modo da proteggersi dalla volatilità dei mercati. Per la gran parte delle aree in via di sviluppo, i problemi attuali non sono come quelli della metà degli anni ‘90. Davvero pochi paesi sono vicini al default e quelli che possono esserlo sono relativamente piccoli. Certamente alcuni stati hanno delle difficoltà – come Argentina, Venezuela e Ucraina. Ma da un punto di vista generale, la salute economica dei mercati emergenti è molto più solida che 15 anni fa. Gli eventi di questi giorni rappresentano una sveglia per alcuni governi delle zone in via di sviluppo: o le necessarie riforme vengono attuate o dovranno affrontare gli attacchi potenziali dei mercati”.

Da un punto di vista prettamente borsistico gli emerging market non devono essere considerati come un’unica asset class. “Ogni paese è differente”, dice Johnson di Morningstar. “La Cina nel corso del tempo ha attratto parecchi investimenti che sono stati utilizzati per costruire infrastrutture. E’ difficile portare via i soldi perché si tratta di scelte di lungo termine. Stati come l’India, l’Indonesia e la Turchia, invece, utilizzano una parte del denaro per finanziare il deficit commerciale. Vanno poi considerati i movimenti delle materie prime. La Cina potrebbe essere penalizzata da un aumento dei prezzi delle commodity. Un loro ribasso, invece, colpirebbe soprattutto Russia e Sud Africa. In una situazione del genere conviene fare scelte oculate, sia a livello geografico, sia per quanto riguarda i titoli da mettere in portafoglio”. 

Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

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Info autore

Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.