Usa, strategie sotto il tetto

Gli operatori sono convinti che la politica americana troverà un accordo per evitare la bancarotta del paese. In caso contrario si creeranno opportunità d'acquisto. Soprattutto fra i titoli delle aziende che fanno affari all'estero. 

Marco Caprotti 08/10/2013 | 14:06
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L’America sta mettendo a dura prova le coronarie degli investitori e la loro resistenza alla volatilità. Dopo la decisione della Federal Reserve di non procedere con il tapering (la riduzione delle iniezioni di liquidità), il ritiro di Larry Summers dalla corsa per la guida della Banca centrale Usa e la paralisi degli uffici federali per mancanza di fondi (shutdown), gli operatori devono fare i conti con la possibilità di una bancarotta della prima economia mondiale. Un’eventualità ormai alle porte se, entro il 17 ottobre, la politica americana non troverà un accordo sul tetto massimo di indebitamento concesso al paese.

Secondo un rapporto del Dipartimento del Tesoro, se il tetto al debito non sarà alzato gli effetti sull’economia americana potrebbero essere “catastrofici”. In base ai dati del dicastero guidato da Jack Lew il mancato innalzamento del limite di 16,7 mila miliardi di dollari, portando gli Stati Uniti dritti verso il default causerebbe una recessione comparabile o peggiore di quella del 2008 (crollo di Lehman Brothers). Il rapporto rileva che il mercato del credito potrebbe essere congelato, il valore del dollaro potrebbe crollare e i tassi d’interesse potrebbero salire alle stelle.

Le vie d’uscita
La Costituzione Usa conferisce al Presidente il diritto di alzare unilateralmente il tetto del debito. Nel passato, comunque, questo non è stato mai fatto: non si tratta, infatti, di una consuetudine politica e, se il Presidente agisse d’imperio, probabilmente si aprirebbero azioni legali e si coinvolgerebbe la Corte costituzionale. Sulla carta, comunque, resta un’opzione e, quindi, teoricamente una possibilità, anche se remota. Un’altra scelta sarebbe la creazione di una commissione terza che stabilisca un compromesso sull’Obamacare (la riforma sanitaria voluta dalla Casa Bianca e osteggiata dai repubblicani), per arrivare poi a una soluzione anche sulla questione del debito. Ma secondo gli osservatori è difficile che Obama faccia concessioni che possano ridurre la portata di quella che considera la più grande conquista della sua amministrazione. Una terza via, considerata più probabile, è quella di negoziati più seri tra la Casa Bianca e il Congresso, anche se i meeting fino ad ora non riusciti a portare a un compromesso.

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Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.

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