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Se la riforma rimane senza pensioni

Mentre in Italia si discute di uscita anticipata, gli Stati Uniti cercano soluzioni per il più grave problema dei sistemi a contribuzione definita: vivere più a lungo dei propri risparmi.

Sara Silano 15/09/2016 | 11:47

A forza di riforme, le pensioni rischiano di rimanere una scatola vuota se non si aiutano i lavoratori ad avere sufficienti risorse per gli anni che vivranno dopo essersi ritirati. Mentre governo e sindacati si confrontano sulle modalità con cui permettere un’uscita anticipata, il cosiddetto Ape, il Terzo report annuale degli investitori istituzionali, curato da Itinerari previdenziali (settembre 2016), rivela che il 40% degli iscritti ai fondi pensione aperti, pari a 1 su 2,5, non ha effettuato versamenti nel corso del 2015, in crescita del 6% rispetto all’anno precedente. Non è migliore il dato dei Pip (Piani individuali pensionistici): circa il 30% non li ha alimentati (+7% rispetto al 2014).

La previdenza integrativa non decolla
Questo dato è da guardare insieme a quello del numero di iscritti alle varie forme complementari (compresi i fondi negoziali e le casse) che sono 7,22 milioni su una forza lavoro di 25,5 milioni di persone (dato Istat, 2013). In pratica, meno del 30% ha finora deciso di integrare l’assegno pubblico. Nonostante gli iscritti siano più che raddoppiati dal 2007 (anno di entrata in vigore del decreto legislativo 252/05 sul conferimento del trattamento di fine rapporto a un fondo integrativo e sulla regola del silenzio-assenso), rimangono ancora pochi e crescono con molta lentezza. Ad esempio, l’incremento tra il 2014 e il 2015, si legge nel rapporto di Itinerari previdenziali, è dovuto in gran parte all’introduzione del “contributo contrattuale” (ossia a carico del solo datore di lavoro) del Fondo Prevedi (lavoratori di imprese industriali, artigiane, edili e affini).

Quanto risparmiare?
Per chi versa regolarmente, poi, c’è un altro problema. Sarà sufficiente per vivere dignitosamente da pensionati? Il rapporto di Itinerari previdenziali stima in 2.310 euro la contribuzione annuale media ai fondi pensione (1.860 per i Pip). Il pericolo più grande è quello di rimanere senza soldi in età avanzata, per cui se inizialmente si riesce a mantenere il proprio stile di vita dopo il ritiro dal lavoro (gli americani la definiscono la fase Go-go); successivamente le risorse si riducono (Slow-go), fino alla fase No-go, dove i problemi alla salute aggravano una situazione finanziaria già molto precaria.

Pensare nel lungo termine
Negli Stati Uniti, dove il passaggio dai sistemi a prestazione definita a quelli a contribuzione definita è cominciato 30 anni fa, il problema si è già presentato con tutta la sua gravità. In uno studio dal titolo Improving the defined contribution system, Aron Szapiro, ricercatore di Morningstar, sostiene che “milioni di americani devono capire come convertire quanto guadagnato con fatica in un reddito che duri per tutta la loro vita”. Politiche fiscali che incentivino il risparmio previdenziale e penalizzino l’uscita anticipata dal mondo del lavoro sono utili, ma non sufficienti se non viene incoraggiata una pianificazione di lungo termine.

L’Italia ha adottato i sistemi a contribuzione definita molto dopo e può guardare all’esperienza di altri paesi per evitare di incorrere negli stessi problemi, proprio come stanno facendo ora gli Stati Uniti. Nel suo studio, Szapiro spiega che l’America “ha pochi meccanismi per proteggere i pensionati da sé stessi (ossia dal rischio di vivere più a lungo dei loro risparmi, Ndr)”. Molti paesi, come ad esempio la Svizzera e il Canada, impongono dei limiti ai prelievi anticipati o comunque offrono del materiale informativo per scoraggiare lo sperpero del risparmio previdenziale. Alcune nazioni, poi, rendono attraenti le polizze come forma di protezione dal rischio di rimanere senza risorse in tarda età.

Agenda politica
Nonostante in molti paesi, compresa l’Italia, il pilastro pubblico abbia ancora un ruolo importante, il rischio previdenziale è (e lo sarà sempre di più) in capo al lavoratore che, a differenza del passato, si trova a dover svolgere il difficile compito di determinare quale è l’importo da mettere da parte per non invecchiare in povertà e quindi trovare il giusto rapporto tra rischio e rendimento. Da un lato, scelte di investimento sbagliate possono portare a perdite del capitale; dall’altro l’eccesso di prudenza può far sì che non si accumulino risorse sufficienti. Finora l’agenda politica è stata occupata da un susseguirsi di proposte di “riforma”, ma è chiaro che il sistema a contribuzione definita e l’abbandono di quello precedente, divenuto insostenibile per le casse statali, sono un punto di non ritorno. Per questo è necessario cominciare a pensare a come “proteggere” i lavoratori dal rischio più grande che devono affrontare oggi, quello di vivere più a lungo della loro pensione. 

Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

Info autore Sara Silano

Sara Silano  è caporedattore di Morningstar in Italia