Etf sempre più “responsabili”

Grazie allo sviluppo di indici “sostenibili”, i replicanti possono rappresentare un valida alternativa ai prodotti attivi anche nel campo Esg. In Italia, su 258 fondi analizzati, ce ne sono 33 che ottengono il massimo giudizio del Morningstar Sustainabilty Rating.

Valerio Baselli 23/03/2016 | 09:25

Gli Exchange traded funds danno ormai la possibilità agli investitori di esporsi a una moltitudine di asset class, settori, regioni e stili. I Socially responsible investments (Sri) non fanno eccezione. Questa relativamente nuova area d’investimenti, che prendono in considerazione criteri sociali, ambientali e di governance, sta crescendo rapidamente e i replicanti possono rappresentare uno strumento semplice, trasparente e a basso costo per accerdervi.

La carica dei benchmark sostenibili
Questo è diventato possibile grazie allo sviluppo di indici “sostenibili” costruiti in base ai criteri Esg (Environmental, social, governance). Nella maggioranza dei casi, la base di partenza è rappresentata da un indice tradizionale, al quale vengono applicati dei filtri (attraverso criteri negativi e/o positivi) in modo da eliminare gli emittenti che non li soddisfano. La riduzione dell’universo di partenza risulta più o meno sensibile a seconda della severità delle politiche Sri. Quasi sempre vengono comunque mantenute le caratteristiche di capitalizzazione e di diversificazione settoriale e geografica che garantiscano all’indice una significatività dal punto di vista finanziario.

A lezione di storia
Pioniere nel campo degli indici etici internazionali è stato il Domini Social Index 400, lanciato nel 1990 dalla società statunitense di analisi e ricerche sulla sostenibilità Kld (successivamente acquisita da Risk Metrics Group, a sua volta poi acquisita da Msci. L’indice ora si chiama Msci Kld 400 Social Index). Una tappa importante nello sviluppo degli indici etici è stata segnata nel 1999, quando Dow Jones, in collaborazione con un’altra società di rating etico, la svizzera Sam (Sustainable asset management), ha introdotto l’indice etico Dow Jones Sustainability Index (Djsi), divenuto poi il più utilizzato al mondo. Oggi, il Djsi è in realtà una famiglia di indici etici: il più importante è il Djsi World, che comprende circa il 10% delle maggiori 2.500 società quotate del mondo con le migliori performance Esg.

Nel 2001 è stata la Borsa di Londra a dotarsi di un indice ispirato ai principi di responsabilità sociale. Con la consulenza dell’istituto di ricerca britannico Eiris, è stato così lanciato il paniere Ftse4Good. In Italia, nel 2010, sono stati presentati i primi indici etici da Borsa Italiana. Si tratta di due benchmark, Ftse Ecpi Italia Sri Benchmark e Ftse Ecpi Italia Sri Leaders, che raggruppano le migliori società quotate sul listino di Piazza Affari in termini di performance Esg. A lanciarli, in collaborazione con gli inglesi di Ftse, è stata la società italiana di analisi e ricerca sulla sostenibilità Ecpi, che una decina d’anni fa debuttò con il paneuropeo Ethical Index Euro.

Etici, ma più cari
È bene ricordare che le raccomandazioni di base che dovrebbero essere seguite nella scelta di un Etf, valgono anche nel campo dei replicanti socialmente responsabili. È importante quindi capire la metodologia seguita dal benchmark replicato, che spesso cambia a seconda dell’emittente. Alcuni indici applicano dei filtri positivi, altri negativi; altri ancora considerano un’unica dimensione di responsabilità sociale, ad esempio quella ambientale, e inseriscono nei loro panieri le società quotate sulla base delle loro sole performance ambientali: ne è un esempio il Carbon Disclosure Leadership Index, che valuta la riduzione nelle emissioni di gas serra che una società riesce ad ottenere.

Senza dimenticare ovviamente caratteristiche fondamentali come la liquidità dello strumento e i suoi costi. A questo proposito, la natura di nicchia delle strategie Sri li rende mediamente più cari rispetto a quelle tradizionali. A titolo di esempio, l’UBS MSCI Emerging Markets SRI ETF presenta delle commissioni annue pari allo 0,53%, contro lo 0,45% del suo “cugino” non-Sri, l’UBS MSCI Emerging Markets ETF. Questo, chiaramente, non esclude che comunque la qualità dei titoli sottostanti possa fare la differenza: negli ultimi tre anni l’indice Msci Emerging Markets Sri ha segnato una performance annualizzata pari a –5,5% contro il -8,6% dell’Msci Emerging Markets (dati in dollari al 29 febbraio 2016).

L’offerta italiana
Nonostante la sensibilità verso queste tematiche sia in crescita e i benchmark Esg non manchino, l’offerta di replicanti resta ancora piuttosto contenuta. Tra gli oltre mille fondi passivi quotati su Borsa Italiana, solo otto si dichiarano esplicitamente “etici” o “socialmente responsabili” (vedi tabella sottostante). Per il momento, nessuno di questi ha ancora ricevuto il Morningstar Sustainability Rating, ma ottengono tutti un Sustainability Score positivo (superiore a 50).

Tuttavia, questo non significa per forza che gli altri Etf non investano in società che rispettano i criteri Esg. Infatti, tra quelli disponibili in Piazza Affari, sono 258 i replicanti che attualmente ricevono il Morningstar Sustainability Rating: 18 di essi ottengono un giudizio basso, 42 sotto la media, 117 medio, 48 sopra la media e 33 un giudizio alto (clicca qui per visualizzarli).

Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

Info autore

Valerio Baselli

Valerio Baselli  è Giornalista di Morningstar in Francia e Italia.

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