Economia di classe

I politici occidentali sperano che la classe media torni a spendere per vedere salire il Pil dopo la grande recessione. Ma emerge sempre di più il ruolo che possono giocare i ceti più abbienti. 

Marco Caprotti 19/05/2015 | 09:44
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Qual è la ricetta migliore per la crescita? Negli ultimi anni i governi si sono trovati a combattere con una delle fasi recessive più dure dagli anni ’30 e la loro risposta (ad esempio negli Stati Uniti e nell’Unione europea) è stata quella di iniettare nuova liquidità nel sistema, in modo che gli investimenti beneficiassero dei più bassi tassi di interesse, nel tentativo di stimolare i consumi. La Cina e gli altri paesi emergenti, invece, aspettano che la neonata classe media inizi ad aumentare la spesa per tornare su un sentiero di crescita sostenuta. Il vero motore dell’economia quindi sono i consumi? Questa teoria potrebbe non essere più soddisfacente.

I fautori della tesi del ruolo dei consumi partono dal presupposto che nelle economie sviluppate questa voce rappresenti circa i due terzi della ricchezza prodotta. Quindi, agendo su questa componente, aumenterà di conseguenza anche il Pil del paese. Il modo migliore perché questo avvenga, dicono, è quello di aumentare la capacità di spesa della classe media che, diversamente dalla popolazione meno abbiente (con scarse possibilità economiche) e dalla classe agiata (che rappresenta il 10% più ricco e che ha una bassa propensione marginale al consumo) traducono molto velocemente l’aumento del reddito disponibile in nuovi consumi. Questa teoria ha avuto nella pratica differenti applicazioni, dagli incentivi alla rottamazione dell’auto, fino agli 80 euro in busta paga. Ma sempre con lo stesso limite: una visione di breve periodo.

I dati smentiscono la teoria
In base alla definizione teorica di Pil come somma di investimenti, spesa pubblica, consumi e bilancia commerciale (differenza tra esportazioni e importazioni) e a quella di investimenti privati come aggregazione della spesa in capitale fisso delle imprese,  delle loro rimanenze di produzione e della costruzione di nuove case, sembra che la spesa delle famiglie sia davvero la leva più efficace per stimolare la crescita dell’economia. Ma a smentire questa conclusione ci provano i dati storici. Guardando all’andamento dell’economia statunitense negli ultimi vent’anni si nota come durante le fasi di boom e di crisi gli investimenti siano saliti e poi precipitati (trascinando con loro l’occupazione) mentre i consumi sono rimasti sostanzialmente stabili o addirittura sono saliti, come dimostra la crisi del 2001.

Un altro esempio si è avuto recentemente con la grave fase recessiva seguita al fallimento di Lehman Brothers: in poco più di tre anni i consumi degli americani sono tornati ai loro massimi storici, mentre il livello degli investimenti resta ai minimi dagli ultimi dieci anni e la ripresa dell’occupazione è la più lenta dai tempi della Grande Depressione. Per dirla con l’economista britannico, John Stuart Mill (uno dei padri del liberalismo e dell’utilitarismo): “I consumatori non assumono forza lavoro”. In altre parole, l’uso di beni e servizi non implica necessariamente la crescita dell’occupazione, mentre a creare posti di lavoro sono le imprese, attraverso nuovi investimenti.

Il ruolo dei ricchi
Alla affannosa ricerca di spiegazioni (e soluzioni) alla crisi, come fa notare uno studio di Anthony Doyle, Investment director retail fixed interest di M&G Investments, l’Fmi ha rispolverato una vecchia teoria. Nel paper intitolato I Ricchi e la Grande Recessione”, pubblicato alla fine dello scorso anno dal Fondo, nell’analizzare la recessione statunitense del 2008-09, gli autori dicono che le convenzionali spiegazioni macroeconomiche fornite per la recessione presentano alcune lacune. Gli autori sostengono che i ricchi (ovvero il 10% dei nuclei familiari con il reddito più elevato e con un patrimonio netto medio di 3,3 milioni di dollari statunitensi) siano stati la causa delle oscillazioni dei consumi durante il ciclo di espansione e frenata (l’aspetto finanziario della crisi non è preso in considerazione nel documento).

Da qui nascono due teorie (che riprendono in parte le idee espresse nel 1700 dal filosofo Bernard Mandeville). Prima: L’ipotesi della disuguaglianza. A cominciare dagli anni Ottanta, i redditi dei ricchi con risparmi elevati sono notevolmente balzati in avanti, mentre quelli della classe media hanno stagnato. I ricchi hanno prestato i loro risparmi alla classe media, che ha usato i fondi per speculare nel segmento immobiliare e mantenere i propri consumi (un concetto tecnicamente descritto con l’espressione anglosassone “tenere il passo con i Jones”, ovvero il voler non esser da meno del proprio vicino di casa). Alla fine, le classi medie hanno accumulato troppo debito e smesso di acquistare immobili. Di conseguenza i prezzi delle case sono precipitati, portando i proprietari al default o ad aumentare i loro tassi di risparmio per ripagare i propri debiti. Anche il forte aumento dei prezzi del carburante nel periodo 2004-07 non ha giovato alle prospettive per un recupero economico determinato dai consumi.

Seconda: L’ipotesi della ricchezza. Il forte aumento dei prezzi degli asset negli anni di boom ha incoraggiato i consumatori alla spesa, determinando una caduta dei tassi di risparmio. Quando i prezzi degli asset hanno cominciato a cadere, la ricchezza delle famiglie è crollata, provocando un collasso dei consumi.Il documento è interessante in quanto offre una nuova analisi del comportamento dei ricchi nella fase pre-crisi”, scrive Doyle. “Entrambe le ipotesi ignorano il ruolo svolto dai ricchi nel ciclo di espansione e frenata. Si dà largamente per scontato che la classe agiata abbia una propensione marginale inferiore al consumo rispetto a quella meno abbiente. Essendo il tasso di risparmio delle famiglie statunitensi sceso in un periodo di 30 anni ad un minimo del 2,5%, esso sembrerebbe suggerire che l’ipotesi della ricchezza sia quella più corretta, in quanto gli ingenti aumenti di ricchezza hanno dato impulso ai consumi”.

La conclusione è che oggi, il divario di reddito negli Stati Uniti è più elevato che mai e il 10% più ricco possiede l’85% degli asset finanziari. “L’allentamento quantitativo e i tassi di interesse ai minimi record hanno spinto il valore di questi asset finanziari ancora più in alto, in quanto i portafogli degli investitori sono stati ribilanciati verso investimenti a rendimento più elevato”, dice il gestore di M&G.

 

Per l’Fmi dato che i ricchi rappresentano ormai una fetta vasta dell’economia e che il loro patrimonio è divenuto così esteso e volatile, gli effetti della ricchezza sui consumi hanno un impatto notevole sull’economia. “Questa conclusione cozza fortemente con le ipotesi convenzionali proposte per il ciclo economico, che si concentrano piuttosto sul ruolo della classe media”, spiega Doyle. “I ricchi stanno determinando sempre più il grosso della crescita dei consumi complessivi, che rappresenta la componente principale della crescita economica dei paesi sviluppati. Se la classe politica vuole generare Pil, dovrà incoraggiare i ricchi a consumare e a ridurre i tassi di risparmio”.

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Info autore

Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.

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