Meglio il nuovo che sa di vecchio

Strategie allettanti e "mode" non bastano più per attrarre gli investitori.

Sara Silano 03/12/2009 | 16:32
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Il 2009 non è stato un anno d’oro per il lancio di nuovi fondi comuni, perché nell’industria è prevalsa l’esigenza di ridurre l’offerta più che ampliarla. Inoltre, in Europa si è aperto un dibattito sulle probabilità di successo dei neo-prodotti. Prima della crisi, il problema non si poneva, mentre oggi gli investitori sono più attenti al track record, ossia ai rendimenti storici, e ricercano soluzioni che abbiano già dimostrato di creare valore nel tempo e di controllare il rischio.

Da gennaio, sul mercato italiano sono stati lanciati oltre 160 fondi, prevalentemente di diritto lussemburghese e irlandese. I debutti hanno avuto come comune denominatore la ricerca di nuove strategie di investimento, più flessibili e spesso mutuate dagli hedge fund. Le principali direttrici s

ono state due: la conservazione del capitale e la de-correlazione rispetto ai mercati. Durante la crisi tutte le classi di investimento sono scese. Come spiega Maurizio Novelli, global strategist di Zest asset management, quando la propensione al rischio diminuisce tutto viene venduto, di conseguenza le asset class si muovono nella stessa direzione, al contrario di quanto accade nelle fasi di rialzo.

Tra le strategie alternative trasferite ai fondi comuni, ci sono lo stile global macro, che si basa sull’analisi del quadro macro-economico per individuare i trend che possono influenzare i mercati finanziari e quello market neutral, che consiste nell’acquisto di titoli che si ritengono sottovalutati (posizioni long) e nella vendita di quelli considerati sopravvalutati (short). In alcuni casi, la gestione è stata affidata a professionisti provenienti dal settore degli alternativi, che è stato profondamente ridimensionato dalla crisi. Ne è derivato un movimento inverso a quello della fase di mercato Toro, durante la quale la nuova frontiera era rappresentata dagli hedge.

Al di là delle tipologie di nuovi prodotti, comunque, per l’investitore si pone sempre il problema di valutare la proposta della banca o del promotore finanziario. In un rapporto sull’industria americana, che per molti aspetti vale anche per quella europea, Russel Kinnel, direttore della ricerca sui fondi di Morningstar, sostiene che è bene scegliere i manager bravi, che hanno provato di saper produrre buoni risultati in altri fondi. Suggerisce anche di “ignorare per il momento i gestori non ancora testati e di riconsiderarli fra qualche anno”. Particolare attenzione deve essere prestata ai costi, perché spesso i nuovi prodotti sono più onerosi perché il patrimonio è piccolo (e quindi non sono possibili economie di scala) o perché le società gravano di commissioni maggiori i fondi che adottano strategie complesse, facendole passare come più costose.

Sono da evitare, infine, i cosiddetti “specchietti per le allodole”, ossia i nuovi fondi lanciati per attrarre flussi di investimento consistenti in breve tempo, sfruttando mode del momento. Ogni anno l’industria sforna prodotti che inseguono determinati trend di mercato: in passato i tecnologici, poi gli emergenti, quindi gli absolute return e quest’anno gli obbligazionari specializzati in emissioni societarie. Sottoscrivere fondi che cavalcano i rally può portare a delusioni nelle performance ottenute, perché l’investitore entra al top per poi subire la fase di discesa. Gli studi di Morningstar sull’investor return (il rendimento ponderato per i flussi di raccolta), mostrano che gran parte delle performance dei fondi che hanno corso di più nell’ultimo anno è andata persa dai sottoscrittori.

Per leggere l’articolo di Russel Kinnel, clicca qui.

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Info autore

Sara Silano

Sara Silano  è caporedattore di Morningstar in Italia

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