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Le banche centrali indossano il camice bianco

Si moltiplicano gli sforzi per curare il sistema finanziario. Ed evitare la deflazione.

Sara Silano 04/12/2008 | 14:54
Il sistema finanziario è malato. Finora i tentativi per rianimarlo hanno evitato il collasso, ma non sono riusciti a guarirlo. Le Banche centrali hanno unito le forze lo scorso ottobre tagliando di concerto i tassi di interesse in tredici Paesi. Nell’ultima settimana sono state di nuovo protagoniste, in modi e tempi diversi, per evitare che la crisi intacchi seriamente l’economia, facendo precipitare il mondo nella deflazione, termine che indica una riduzione generale dei prezzi dovuta a un calo della spesa dei consumatori e delle aziende. Con tutte le conseguenze che ne derivano in termini di minori ricavi, perdita di posti di lavoro e diminuzione dei redditi.

Fed disposta a tutto
Il rapporto tra il sistema finanziario e gli istituti centrali è diventato analogo a quello del paziente con il medico, anche se spesso il sollievo è momentaneo. Così nei giorni scorsi i mercati sono rimbalzati dopo che la Federal Reserve ha ammesso di essere disponibile a prendere misure “non convenzionali” e molto espansive, con l’obiettivo far arrivare nelle casse delle banche molto denaro a basso costo per finanziare investimenti e consumi.

Come spiega Maurizio Novelli, global strategist di Zest asset management, la Fed sta tentando di sostituire le banche d’investimento nell’intermediazione del credito, ma queste ultime hanno smesso di prestare soldi all’economia reale (aziende e consumatori) per un ammontare di gran lunga superiore (cinque o seimila miliardi di dollari) a quanto può coprire l’istituto guidato da Ben Bernanke. Ed è per questo motivo ci vorrà del tempo per uscire dal credit crunch. Lo shock è forte perché la crescita dell’ultimo ventennio si è basata proprio sull’abbondanza di liquidità, resa possibile dalle cartolarizzazioni (oggi tanto vituperate) e dalla leva finanziaria che ha permesso alle banche di espandere le attività detenute in bilancio. Si può essere più o meno critici verso questo sistema, ma è un dato di fatto che il suo mancato funzionamento rischia di soffocare l’economia.

Bce, ancora tagli
Il travaso della crisi dalla finanza all’economia ha scosso la Banca centrale europea (Bce), che fino a qualche mese fa sembrava inamovibile nella sua posizione di lotta all’inflazione, indifferente agli umori del mercato finanziario. Con il taglio dei tassi, l’istituto guidato da Jean Claude Trichet intende evitare che la situazione economica si aggravi, dopo due trimestri di crescita negativa che fanno già parlare di recessione. L’inflazione, invece, spaventa meno: a novembre il tasso tendenziale (calcolato come variazione rispetto allo stesso mese dell’anno scorso) si è attestato al 2,1%, in linea quindi con gli obiettivi di stabilità dei prezzi di medio termine.

Ora c’è anche la Cina
Rispetto alle crisi passate, quella attuale ha visto emergere come protagonista, un’altra banca centrale, quella cinese. L’istituto ha praticato il più aggressivo taglio dei tassi degli ultimi undici anni per dare ossigeno all’economia. Inoltre ha deciso di abbassare i livelli di riserva delle banche, con l’obiettivo di ridurre il costo del credito. Tramontata l’ipotesi di decoupling, ossia la capacità di Pechino di resistere al rallentamento statunitense, oggi il Paese si trova a fare i conti con esportazioni in calo, nonostante la stagione natalizia sia alle porte. In Estremo oriente, anche la Banca del Giappone ha varato misure eccezionali per ristabilire il regolare funzionamento del mercato monetario (una manovra sui tassi è poco praticabile dato che sono già a un livello bassissimo, 0,3%).

Mercati obbligazionari pronti per la cura
In un report Morgan Stanley, prevede che i tagli di tassi e le politiche monetarie espansive proseguiranno nei prossimi mesi e qualche timido segnale di miglioramento della situazione comincia a vedersi. Ma è ancora presto per dire che la crisi è superata. Intanto i mercati obbligazionari hanno reagito con un rally dei prezzi e il conseguente calo dei rendimenti, soprattutto sulle obbligazioni a lungo termine (il Treasury americano è sceso sotto il 3% ai minimi storici).

Secondo gli analisti, la prospettiva di ulteriori tagli dei tassi o, comunque, di bassi saggi di riferimento per molto tempo, lascia poco spazio di apprezzamento alle obbligazioni a breve scadenza. Nello stesso tempo i rischi sono superiori alle opportunità sui titoli a lunga scadenza, soprattutto negli Stati Uniti, dove il deficit pubblico toccherà il 7% nel 2009. E l’Italia, che è il terzo Paese con il debito statale più alto del mondo, non è in una situazione migliore, tanto che il differenziale tra il Btp e il Bund decennale tedesco (preso come riferimento per l’Europa), è elevato e il costo per la protezione dal rischio di default (credit default swap) è ai massimi storici.

Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

Info autore

Sara Silano

Sara Silano  è caporedattore di Morningstar in Italia

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