Tabarelli: gas, il razionamento vero ancora non c’è, ma potrebbe arrivare

Per il presidente di Nomisma Energia, riempire le scorte l’anno prossimo sarà molto più difficile, ma ora, dice, pensiamo a superare febbraio. Il TTF ha molti limiti. Il futuro del mercato globale del gas è nel GNL e le rinnovabili da sole non bastano.

Valerio Baselli 14/12/2022 | 09:47
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Tabarelli

Secondo i dati del centro di analisi ICIS, nel mese di novembre, la domanda di gas da parte dei Paesi europei è diminuita del 24% rispetto alla media degli ultimi cinque anni. Sono però bastate poche settimane di freddo per far calare le scorte europee dal 96% all’88% (sotto, una mappa interattiva con il dettaglio per singolo Paese).

L’inverno è appena cominciato ed è naturale chiedersi per quanto basteranno e cosa ci aspetti sul fronte energetico nel 2023.

Per far luce su quella che potrebbe rivelarsi la peggiore crisi energetica mai vissuta in Europa, Morningstar ha intervistato Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, docente all'università di Bologna, senza dubbio tra i maggiori conoscitori della materia in Italia. Ecco cosa ci ha detto.

Professor Tabarelli, le scorte europee di gas rimangono alte seppur in discesa (intorno al 88%), eppure il prezzo del gas è tornato a salire, raggiungendo sul TTF di Amsterdam i 140€ al megawattora, rispetto ai 93€ di un mese fa. A che cosa è dovuta questa nuova impennata? E quali sono le sue previsioni su questo fronte per i prossimi mesi?

L’impennata dei prezzi rientra nella normalità di questa folle crisi energetica che ha colpito l’Europa a causa della guerra. In questi mesi siamo stati abituati a oscillazioni di cinque volte in un senso o nell’altro, passare ora dai 95 ai 135 euro tutto sommato è poca cosa.

Nella congiuntura di questi giorni, l’ottimismo che ci era derivato da temperature molto miti in ottobre e novembre, più anche qualche speranza sul fatto che ci sarebbe stato più gas, si è dissolto. Le temperature estremamente rigide di questi giorni ci dicono che potremmo avere problemi seri già nelle prossime settimane. Questo, assieme al fatto che la Russia è tutt’altro che morbida con l’Europa, sono tutti elementi rialzisti che spiegano in parte questa nuova impennata.

Il razionamento è ancora secondo lei l’unica strada percorribile? Fino a quando? E con quali conseguenze dal punto di vista economico?

Il razionamento vero non c’è stato, quello che abbiamo vissuto è stata una caduta della domanda dovuta soprattutto ai costi troppo alti e un avviso di recessione. Poi ci sono state anche altre fonti che sono state sfruttate di più, soprattutto in Germania col carbone. Sostanzialmente, è stato un risparmio. Il razionamento è proprio quello che potrebbe capitarci nelle prossime settimane, magari in alcuni giorni, nel caso non dovessimo farcela perché non abbiamo abbastanza gas durante il giorno, proprio perché manca il flusso russo.

Credo che dobbiamo abituarci a un calo della domanda anche nei prossimi mesi. I prezzi del gas continueranno a rimanere alti, il che significa un continuo rallentamento economico, con l’Europa che continua a trasferire all’estero molte risorse e che deve gestire un’inflazione che tenderà a non abbassarsi. La crisi è destinata a durare.

Data la situazione attuale (stoccaggi, accordi presi con nuovi fornitori, progetti di rilancio della produzione europea, ecc.), qual è secondo lei il miglior scenario possibile e quale invece il peggiore? Quali sono i fattori che ci farebbero passare da un caso all’altro?

La risposta è la fine della guerra, il che porterebbe anche a ristabilire delle condizioni normali di flussi dalla Russia. Un evento molto improbabile a oggi. Per tutto il resto ci vorrà del tempo, per trovare le alternative ci vogliono parecchi anni. Lo scenario peggiore è che la crisi del gas russo e del nucleare francese porti alla necessità di fare razionamenti anche sull’elettricità, con prezzi che rimarranno alti, senza però superare i livelli astronomici della scorsa estate.

Le importazioni europee di gas naturale liquefatto (GNL), in particolare proveniente dagli Usa, sono aumentate moltissimo quest’anno, per ovvie ragioni. Secondo lei il nostro futuro sarà questo? Oppure sul medio termine si dovranno trovare altre soluzioni, magari privilegiando la fornitura via tubo?

Il mercato globale sarà sempre più orientato al GNL. Anche noi, viste le difficoltà a fare nuovi tubi e collegamenti, saremo molto GNL. Poi, certo, il TAP lo abbiamo fatto con molta fatica e possiamo raddoppiarlo. Poi c’è questo grande quesito dell’EastMed (progetto di gasdotto che si snoderebbe per circa 1.900 km tra Israele, Cipro e Grecia, per poi, attraverso l’estensione Poseidon, raggiungere l’Italia, Ndr) per portare gas da Cipro e Israele, che però mi pare un po’ difficile come soluzione.

Pertanto, siamo destinati a più GNL. C’è da dire che noi abbiamo due bei collegamenti con Libia e Algeria che ci legano già all’Africa; ecco, sarebbe bello averlo anche con l’Egitto. È importante fare infrastrutture, proprio per evitare di trovarci in futuro ancora nella situazione in cui siamo finiti nel 2022.

Il GNL, però, va dove il prezzo è più alto, dato che non c’è nessun gasdotto che lo leghi a un determinato percorso.

Certo, ecco perché è importante fare in maniera che tutti investano in GNL: la Cina per importare, ma soprattutto le compagnie petrolifere per fare investimenti negli impianti di liquefazione, perché manca anche quello. Gli Stati Uniti sono veloci, fanno in due anni, ma nel resto del mondo ci vuole molto di più, perciò potrebbe essere utile fare anche dei piccoli impianti di GNL, invece di grandi tubi.

Noi comunque dobbiamo essere chiari sul fatto che da sole le rinnovabili non sono il futuro energetico dell’Italia. Abbiamo bisogno anche di investire nel gas.

Come lo vede il prossimo inverno, quello del 2023-24? A quanto sembra sarà molto più difficile riempire le scorte.

Le scorte attuali sono praticamente tutte di gas russo, che l’anno prossimo non ci sarà. In questa situazione sarà molto difficile arrivare con le scorte piene ad ottobre del 2023 ed è un problema serio. Lo ha anche certificato uno studio dell’AIE (Agenzia internazionale dell’energia, Ndr), ma sono cose banali, che si sanno. Occorre più concretezza: riaprire le centrali a carbone, velocizzare le rinnovabili – sempre consapevoli che sono intermittenti e non ci sono gli accumuli, serve tutto.

Per ora, comunque, dobbiamo pensare a passare il prossimo gennaio e febbraio e col freddo che fa sarà tutt’altro che una passeggiata.  

Prima abbiamo nominato il TTF, la piattaforma virtuale sulla quale si commerciano le forniture di gas. Si è parlato molto di speculazione. Le chiedo, quanta speculazione c’è realmente sul TTF, secondo lei?

Non si può dire con precisione. Il concetto di speculazione non mi piace, gli operatori finanziari hanno accentuato dei movimenti, ma non sono la causa principale. Il problema vero è che è venuto a mancare il 40% dell’offerta a fronte di una domanda che sapevamo essere molto rigida, e che in realtà si è rivelata ancora più rigida di quello che ci aspettavamo, perché prima di ottobre non abbiamo visto nessun calo nella domanda. Il TTF ha enormi problemi, potrebbe funzionare meglio, ma la finanza non è la causa principale.

Ritiene realmente fattibile il superamento del TTF attraverso la creazione di un nuovo benchmark, come proposto dall’UE?

Sono dei correttivi, se non dei palliativi. Si tratta di meccanismi di mercato, non cambia la sostanza. Il TTF è l’unico riferimento che abbiamo, con tutti i suoi limiti, non possiamo inventarci un altro mercato, oppure prendere e tornare alle vecchie formule del petrolio, sarebbe bellissimo, solo che i venditori non ce lo consentono e il prezzo è sempre l’incontro della domanda e dell’offerta: dev’essere d’accordo anche il venditore.

E questo si applica anche a tutta la discussione riguardo al tetto sul prezzo (price cap) o il disaccoppiamento. Sono tutte cose che non fanno i conti con la realtà del mercato. Si può discuterne, ma la vedo estremamente difficile; inoltre, queste sono discussioni pericolose perché tolgono attenzione dai fondamentali.

Per chiudere, se ci guardiamo indietro, vediamo che meno di un anno e mezzo fa il gas costava 45€ a megawattora. È pensabile tornare a quei livelli in tempi ragionevolmente brevi, diciamo un paio d’anni, oppure siamo entrati in una nuova fase e si naviga a vista?

Il costo di produzione medio nel mondo è circa 10€ per megawattora, quindi tornare a quei livelli è pensabile, certo ci vorrà tempo. Questo è un mercato di grande incertezza, siamo rimasti tutti straordinariamente sorpresi da questa crisi. Prima o poi il prezzo scenderà, due anni però mi sembrano troppo pochi.

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Valerio Baselli

Valerio Baselli  è Giornalista di Morningstar.

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