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Governo Meloni alla prova dei salari

Negli ultimi 30 anni il valore medio degli stipendi italiani è sceso del 2,9%, contro il +31% francese e il +33% tedesco. Alberto Brambilla (Itinerari Previdenziali): “Bassa produttività ed eccessiva sindacalizzazione livellano i redditi verso il basso; l’esecutivo Draghi ha aperto la strada da seguire”. Ecco come.

Valerio Baselli 26/10/2022 | 09:22
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Valerio Baselli: Buongiorno e benvenuti. Secondo i dati OCSE, negli ultimi 30 anni il valore reale dei salari e dei redditi italiani è diminuito del 2,9%, mentre, nello stesso periodo, in Francia sono cresciuti del 31% e in Germania del 33%. A discutere delle cause e soprattutto delle soluzioni di questo fenomeno, ho il piacere di accogliere in collegamento Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali.

Professor Brambilla, innanzitutto, come si spiega questa enorme differenza tra le prime tre economie della zona euro?

Alberto Brambilla: Ci sono molti motivi che la spiegano. Un primo motivo, classico, è la produttività: il differenziale di produttività tra noi e le media dei Paesi europei è di quasi 10 punti in 10 anni. Il secondo motivo è che l’Italia ha il 97% dei lavoratori dipendenti, sia a tempo indeterminato che a tempo determinato, che sono coperti da contratti sindacali. Probabilmente è proprio la contrattazione sindacale che mira a tutelare gli stipendi bassi, ma li plafona tutti verso il ribasso e verso un egualitarismo.  Quindi, in OCSE, la differenza grossa che troviamo è che gli stipendi bassi sono allineati alla media europea e gli stipendi alti sono molto più bassi.

Baselli: A questo punto, è possibile migliorare il potere di acquisto degli italiani senza ripercussioni sulla spesa pubblica e senza generare altro debito?

Brambilla: Sicuramente sì, perché gli stipendi italiani, per potere di acquisto – tutte le comparazioni sono fatte per potere di acquisto- sono ovviamente un po’ più bassi e quindi bisogna che nei contratti collettivi di lavoro ci sia un grande occhio all’incremento della produttività e dell’organizzazione, una riduzione delle sacche di inefficienza e soprattutto una riduzione del carico assistenziale. L’Italia spende moltissimo in assistenza e questo in un certo senso - come per il reddito di cittadinanza - riduce la quantità di persone che accedono al mercato del lavoro e in un certo senso riduce anche i salari.

Baselli: Scendendo più nel dettaglio, cosa potrà o dovrà fare – in termini di provvedimenti concreti –  il nuovo governo Meloni per far aumentare i salari netti?

Brambilla: Quello che abbiamo consigliato è anzitutto non puntare sulla decontribuzione, cioè la riduzione dei contributi sociali in busta paga, un qualcosa che oggi all’Italia costa 24 miliardi l’anno e che è improponibile e non produce assolutamente né posti di lavoro né ricchezza. Il governo Draghi ha aperto la strada con i 600 euro defiscalizzati, che potrebbero essere portati dal governo Meloni (visto l’esperimento molto positivo) a 1.200-1.500 euro, il buono pasto che in Italia è fermo a 6 euro dovrebbe essere portato a 12, e l’introduzione come per alcuni Paesi europei (Germania e Svizzera) del buono trasporti. Se noi riuscissimo ad aumentare di circa 2.500 euro, attraverso queste funzioni che non creano debito pubblico e non generano grosse entità di spesa, noi avremmo aumentato i salari da 25.000 euro del 10% circa, e del 5% quelli intorno ai 50.000.

Baselli: Chiarissimo. Grazie ancora al professor Brambilla. Per Morningstar, Valerio Baselli, alla prossima.

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Info autore

Valerio Baselli

Valerio Baselli  è Giornalista di Morningstar.