Gestori attivi e passivi non giocano più a braccio di ferro

Le strategie indicizzate continuano a guadagnare quote di mercato, ma restano ancora una piccola fetta del patrimonio investito a livello globale. L’industria è in cerca di un nuovo equilibrio, per il quale le performance, i costi e le asimmetrie informative possono fare la differenza.

Sara Silano 24/12/2018 | 10:16

Il dibattito sulle gestioni attive e passive si gioca sulla differenza tra una preposizione, l’avverbio latino “versus” o “vs”, e la congiunzione “e”. Tutto è cominciato con una contrapposizione che, per gli amanti della teoria, affonda le radici nei primi lavori di alcuni economisti, tra cui i premi Nobel Harry Markowitz, William Sharpe e James Tobin. Nei loro studi, infatti, ci sono le fondamenta dello sviluppo di strategie che riproducono l’andamento del mercato. Un ulteriore supporto viene dalle ricerche che, da Michael Jensen nel 1968 in poi, hanno mostrato la difficoltà per i gestori attivi di battere il loro benchmark.

Numerosi studi Morningstar testimoniano il basso tasso di successo delle strategie attive, tanto in Europa, quanto negli Stati Uniti, soprattutto su orizzonti temporali lunghi. Si stima che in dieci anni, solo il 34% dei gestori sia riuscito a battere l’indice di riferimento in media ogni anno.

Le strategie passive restano una piccola fetta del mercato
Concludere, però, che la “gestione attiva” è “morta” sarebbe un errore. Dall’inizio degli anni Settanta, quando sono stati lanciati i primi index fund ad oggi, il patrimonio è cresciuto in modo significativo, con un’impennata nell’ultimo decennio. Morningstar stima un patrimonio complessivo degli Exchange traded fund (Etf) a livello globale di oltre 7 mila miliardi di dollari (al 30 novembre 2018). Tuttavia, rappresenta una fetta ancora minoritaria degli asset dell’industria del risparmio mondiale, circa il 27% a fine 2017 (il 16% in Europa).

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Sara Silano

Sara Silano  è caporedattore di Morningstar in Italia

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