Il dilemma della valuta

Ogni investimento effettuato su di un asset estero include anche un rischio legato alla divisa. Come funzione la copertura? E quanto costa? Ma soprattutto, conviene? Uno studio di Morningstar fa luce sul currency hedging.

Valerio Baselli 06/12/2018 | 10:34
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Quando si investe in asset stranieri (nel nostro caso, fuori dalla zona euro) l’elemento valutario può segnare il punto di passaggio fra guadagno e perdita. Normalmente, il rendimento dei titoli esteri è dato dalla performance di mercato corretta con l’andamento della moneta straniera rispetto alla divisa locale. E questo può marcare una differenza importante.

La copertura valutaria serve appunto ad attenuare l’ulteriore volatilità che i tassi di cambio impongono alle attività estere. Ma queste strategie di copertura comportano costi aggiuntivi. Un recente studio di Morningstar dal titolo The Currency Hedging Dilemma affronta queste diverse considerazioni, esaminando i fondamentali della copertura valutaria e delineando un quadro che gli investitori possono utilizzare nella scelta di un fondo a copertura valutaria.

La relazione tra tassi di cambio e rendimenti del mercato locale gioca un ruolo importante nell’andamento delle attività estere. La maggior parte delle volte, i movimenti tra monete e i rendimenti sono correlati positivamente, quindi il rischio valutario di solito aumenta la volatilità. Ad esempio, il tasso di cambio tra dollaro Usa e sterlina britannica ha avuto una correlazione positiva con l’indice Msci UK denominato in sterline nel decennio che va dal 2008 al 2017. Pertanto, la volatilità di questo indice denominata in dollari è stata maggiore rispetto a l'indice denominato in sterline. Lo scenario opposto è meno tipico, ma si è visto in Giappone.

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Valerio Baselli

Valerio Baselli  è Giornalista di Morningstar.

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