Quei fondi attivi a braccetto col benchmark

In Europa e negli Stati Uniti è tornata d’attualità la questione sul grado di attività del gestore rispetto al benchamark. Un elemento che condiziona soprattutto i costi. Per gli analisti di Morningstar bisogna fare attenzione ai closet indexer.

Marco Caprotti 18/04/2018 | 17:20

Sei veramente attivo? La domanda in Europa assume particolare rilevanza dopo l’introduzione della normativa Mifid II che ha spostato ancora di più l’attenzione sul miglior interesse dell’investitore e, quindi, anche sui costi che paga per gli strumenti finanziari. I fondi attivi, in questo senso, vanno tenuti particolarmente d’occhio considerando che tendono a essere più cari rispetto a quelli passivi anche a causa delle scelte operative dei gestori.

Ma la questione è venuta anche agli onori della cronaca finanziaria Usa in questi giorni, dopo che la Procura generale di New York (il 5 aprile) ha comunicato come, a seguito di una sua indagine sull’industria americana dei fondi per fare maggiore chiarezza su disclosure and fees, 13 case di gestione si siano convinte a comunicare alla clientela retail l’active share dei fondi proposti.

Cosa dice l’active share
L’active share è stato introdotto nel 2006  da Martijn Cremers e Antti Petajisto, professori di finanza rispettivamente all’Università di Notre Dame e alla New York University ed è stato pensato per misurare quanto un fondo replica (o si discosta) dall’indice di riferimento. Prendendo i due valori estremi, se un portafoglio copia perfettamente il benchmark il suo active share è zero. Se, invece, investe in titoli che non sono presenti nel paniere il valore è pari a 100. “L’active share ha preso piede per diverse ragioni: alcune buone, altre meno”, spiega Jeffrey Ptak, head of global manager research di Morningstar. “Prima: può dare importanti informazioni su come viene fatta la selezione dei titoli in un portafoglio. Seconda: per alcuni ha proprietà predittive. I seguaci di questa scuola di pensiero ritengono che i fondi con un alto valore dell’active share siano in grado di sovraperformare quelli che hanno un risultato più basso. Questa visione, però, viene contraddetta da tutta una serie di altri studi. Terza: può essere utilizzato per capire se un fondo che si proclama attivo lo è veramente e se si fa pagare il giusto”. (Per un approfondimento fra le performance dei fondi con alto active share e strumenti passivi clicca qui).

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Info autore

Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.

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